La forma della storia

Ho sempre pensato che una storia sia divisa secondo un ordine che segue una regola generale ed allo stesso tempo unica per ognuno.
La prima parte sono brividi sul collo, un soffio leggero che stuzzica chi legge e gli mette sul naso degli occhiali con delle lenti speciali che permettono di vedere la realtà come chi ha scritto la percepiva.
Si sceglie di stare al gioco, anche se ci si sente a disagio – il che è assolutamente giustificabile visto che è come se ci si scambiasse di identità con un’altra persona –  anche se sembra di avere già letto da qualche parte qualcosa di simile.

 

Piano piano ci si abitua, si smette di prestare attenzione al fastidio delle lenti e si comincia a capire sul serio cosa si sta vedendo.
Cosa si sta vivendo.
Così il brivido sul collo diventa un caldo avvolgente, un irrefrenabile impulso di ballare sulle note di una musica che sentiamo solo noi, che esiste solo per noi.
Meravigliosa, non ci sono parole.
Irripetibile.
Tanto preziosa da non volerla condividere con nessuno, non per una questione di egoismo, no, solo che se si svelasse il segreto la melodia andrebbe affievolendosi, fino a spegnersi.
Ed è talmente bella, candida, dei colori del sole, della sostanza della più sincera gioia che si sarebbe disposti a qualunque cosa per lei.
Si sciupa se detta ad alta voce.
Per questo si sottolineano con gli occhi le parole che rendono vivo il momento, si cerca di marcarle a fuoco nella mente, nell’anima, nel cuore.
Sulle mani, con le labbra, nella gola.
È questa la seconda parte, una felicità tutt’altro che inconsapevole vista attraverso delle lenti speciali.
Così non importa più chi sono io, chi sei tu, chi è lo scrittore e chi invece sta solo leggendo, perché la storia vive allo stesso modo e in modo diverso per entrambi.
Non importa più se tu in una pagina bianca vedi gli appunti della lezione che sta per cominciare e io qualcosa che credo meriti di essere raccontato.
Non importa più se per un attimo si perde il filo del discorso perché avrà comunque un senso se ci si lascia guidare dalla musica.
Ogni storia ne ha una, unica per ognuno.
E mentre si legge si giurerebbe di non avere mai provato nulla di simile, meglio del sesso, meglio dell’ultima parola, meglio della certezza di avere ragione.

 

Non dura per sempre, però.
La storia finisce.
La terza parte è la più triste, la parte dell’addio.
Non ci si ricorda più la realtà senza lenti.
Così, quando si chiude il libro ci si ritrova confusi, preda del vago ricordo di un calore avvolgente.
Dolce malinconia che porta il profumo delle parole che poco prima ci hanno fatto ballare.
Sfrenate, segrete.
Uguali ed uniche per ognuno.

 

 

 

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