La follia di marzo

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Avete presente quell’affetto che provate quando ascoltate le imprese o vedete le vittorie del Leicester di Ranieri? Oppure la simpatia che moltissimi tifosi italiani provavano nei confronti dell’Alessandria semifinalista in Coppa Italia? Ecco, tutto questo deriva dalla situazione del “Davide contro Golia”, ovvero dallo scontro tra una componente debole, data come perdente già in partenza, contro una che invece è ben più forte ed attrezzata.

In America, soprattutto a livello di college, queste squadre vengono chiamate “cindarella” (per la storia di riscatto raccontata nella favola di Cenerentola) e spesso gli esperti creano delle classifiche che indicano quali squadre potrebbero rivelarsi delle outsider, ovvero delle cindarella.

Sempre per dare dei riferimenti in termini calcistici, un torneo che in Europa viene lodato per avere al suo interno bellissime rivelazioni è l’FA Cup inglese. A differenza del trofeo nostrano, le squadre delle leghe minori in Inghilterra riescono ad insidiare i pezzi da 90 della Premier League, regalando così non solo emozioni ai propri tifosi ma rendendo anche apprezzabile al grande pubblico la competizione.

Come ho già detto questo negli States avviene nei campionati universitari. Per quanto riguarda il basket a marzo inizia il torneo NCAA: 64 squadre provenienti da tutto il paese che si sfidano con partite ad eliminazione diretta. Nonostante si tratti solo di un torneo universitario l’attenzione mediatica in questo periodo si sposta, con l’effetto di mettere in secondo piano la fase finale dell’NBA e di mostrare quelle che saranno le future leve all’interno della lega. L’inizio della competizione, cioè il primo turno, composto da 32 match, viene chiamato appunto March Madness: letteralmente la “follia di marzo”.

L’origine dell’espressione March Madness arriva direttamente dal lontano 1939 quando, Herny V. Porter, assistete esecutivo della segreteria dell’Illinois high School Associetion, la coniò in un articolo riguardante il torneo statale di quell’anno. L’espressione fu ripresa poi da alcuni reporter e divenne molto popolare in quell’area. Fino al 1982, anno in cui il broadcaster Brent Musburger la utilizzò in diretta commentando il ben più famoso NCAA tournament. Anche a livello nazionale il termine ebbe subito successo, tanto da diventare un marchio ufficiale NCAA (in seguito nacque anche una disputa legale tra quest’ultima e l’IHSA).

Ma perché tanta popolarità per questa espressione? Senza dubbio perché descrive perfettamente la frenetica lotta tra tutte le partecipanti nelle prime gare. Le squadre, anche quelle di basso ranking, sono consapevoli di avere la possibilità di mettere a segno un colpaccio, soprattutto grazie alla formula dell’eliminazione diretta ed alla pressione che a volte fa cedere le gambe anche ai più forti. Può accadere anche di battere una contendente al titolo e, per qualche giorno, diventare l’idolo della nazione. Tutto questo porta ad una frenesia che circonda l’ambiente collegiale a marzo, una follia che rende speciale questa competizione.

Spulciando tra i racconti ed archivi, ho scelto la storia che più di tutte mi ha colpito. Volevo trovare una dimostrazione che in questo periodo succede qualcosa di speciale e l’ho trovata.

Correva l’anno 1983 quando la North Carolina State University vinse a dir poco inaspettatamente una finale al cardiopalma contra la corazzata texana di Huston. Solo 12 mesi erano passati da quando Brent Musburger aveva parlato di March Madness ma il basket aveva già trovato un esempio vivente di quella follia.

L’incredibile corsa verso la gloria dei “Wolfpack” inizia con una sesta posizione nel tabellone di partenza ed una vittoria nella gara inaugurale, il tutto condito da un doppio overtime contro Pepperdine. La seconda partita è ancor più emozionante; sotto nel punteggio 70-69, con solo 4 secondi da giocare contro UNLV, il centro dei pack Thur Baily riesce ad afferrare un rimbalzo sotto canestro e grazie ad un appoggio al tabellone consegna la vittoria ai suoi compagni. Alle sweet sixteen travolgono Utah mentre nelle elite eight vincono ancora una volta per il rotto della cuffia contro la n1 Virginia.  Dopo quest’ultimo match i ragazzi di coach Valdano sentono che l’impossibile si sta davvero materializzando. La semifinale è quasi uno scherzo per loro, Georgia non può nulla e viene rispedita a casa senza troppi complimenti.

L’ultimo ostacolo prima di entrare nella storia si chiama Houston ed è guidato da due ragazzini che si faranno poi notare anche nei pro: Hakim “the dream” Holajuwon e Clyde “the glide” Drexler.

Here we are, the NCAA final. Tutto quello che di epico vi viene in mente potete benissimo immaginarlo: agonismo, spettacolo, paura, emozioni, un eroe inaspettato ed un colpo di scena. I Wolfpack resistono attaccati con le unghie e con i denti ai texani fino alla fine. Questa volta con il punteggio in parità decidono di affidare l’ultimo tiro, l’ultima preghiera, ad un certo Derrick Wittenmburg. Il suo tiro esce dalle mani troppo debole. Nel momento in cui la palla inizia la sua parabola discendente tuttavia, sbuca dal nulla Lorenzo Charles che, quasi chiamato dal destino, afferra la sfera e la inchioda con forza nel canestro.

L’urlo di gioia esplode all’interno del palazzetto. Nessuno, ne i ragazzi ne i tifosi che li seguivano, avrebbe mai pensato che quella squadra potesse farcela fino in fondo ma, sospinti dalla follia di marzo, il sogno si è avverato.

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