La bellezza delle parole salverà il mondo

Qualche anno fa tutto era fico (o figo come si dice al nord), prima ancora era cool, oggi tutto è smart.
Ci troviamo a vivere in un mondo sempre più digitalizzato e in cui la televisione si allontana sempre più dagli intenti pedagogici perseguiti nei suoi primi anni di vita e anzi è diventata la miglior compagna di sempre, sia per i bambini che spesso preferiscono rimanere incollati allo schermo televisivo piuttosto che svolgere qualsiasi altra attività, sia per i più grandi, che amano passare parte del loro tempo libero davanti alla tv.

E’ proprio dallo schermo televisivo che esce una massa indistinta di aggettivi superlativi che così perdono di significato. Termini come “grande”, “straordinario”, “meraviglioso” si applicano a tutto: al goal appena fatto, a un personaggio di spicco recentemente scomparso, alla ricetta di cucina che si sta descrivendo in alcuni dei più noti programmi televisivi. Il tutto è inserito all’interno di un’indefinita e caotica esaltazione fittizia. Di questo passo, “stupendo” finirà per essere una risposta più o meno equivalente a . Tutto ciò accade perché è sempre più viva e diffusa la tendenza a uniformare il linguaggio. In realtà, come sottolinea anche Umberto Eco, “non esistono parole brutte, esse sono innocenti. Siamo noi che, usandole senza fantasia, le rendiamo odiose”.

Di sicuro, nonostante fosse ignaro di tutto ciò, Matteo ha coniato con fantasia il termine che lo ha reso famoso: “petaloso”. Matteo è un bambino che frequenta la classe terza presso la scuola elementare di Copparo, in provincia di Ferrara. Il piccolo ha inventato inconsapevolmente un termine che farà parte del vocabolario approvato dell’Accademia della Crusca, visto il riconoscimento che l’Accademia fiorentina ha dato al giovane studente, perché questa parola è “bella e chiara”.

Un fiore “petaloso” è un fiore ricco di petali. Dal punto di vista grammaticale il termine risulta essere corretto, perché costruito con l’aggiunta del suffisso –OSO, così come accade in furioso, che deriva da furia, peloso, che deriva da pelo, stizzoso e pauroso, che derivano rispettivamente da stizza e paura, coraggioso, derivante da coraggio, e tanti altri ancora. Evidentemente la parola “petaloso” ha tutte le carte in regola per entrare nella lingua italiana, ma questo non vuol dire che vi sia già entrata. Affinché questo accada, è necessario che il termine sia usato da molti. Personalmente, il fatto che un fiore sia fornito di petali è sottinteso, poiché un fiore, in quanto tale, è ricoperto inevitabilmente da petali.

Trovo giusto premiare il piccolo Matteo per la sua originalità, ma, sebbene sia pronta a smentirmi, al momento sono poco fiduciosa in merito all’uso di questo termine nella quotidianità. Credo invece faccia più breccia l’inzupposo di Banderas nella nota pubblicità di un importante marchio italiano e derivante dal verbo “inzuppare”, riferendolo ai biscotti.

Effettivamente, un biscotto “inzupposo” mi dà l’idea di essere particolarmente friabile e morbido, come vuol lasciar intendere l’attore spagnolo. In qualsiasi caso, la fortuna o la sfortuna delle parole dipende non tanto dal loro allinearsi a regole astratte della lingua, quanto dal gusto che le persone, per i più svariati motivi, provano per queste parole, consentendo così la loro entrata nell’uso quotidiano oppure no.

Nel momento in cui si riflette sulla propria personale conoscenza della lingua italiana, capita di rendersi conto dello scarso bagaglio lessicale di cui siamo dotati. Infatti, si tende sempre ad usare “le solite parole”, quelle d’uso comune, quelle espressioni più modaiole, nonostante la vastità del vocabolario della lingua italiana. Proviamo antipatia verso qualcuno e non diremo mai “idiosincrasia”; usiamo sempre il verbo “impoverire”, non “depauperare”. Proviamo “noia”, non “inedia”; qualcosa può essere disastroso o persino mortale, ma perché non “esiziale”? Non diciamo mai “ho appena finito un pranzo luculliano”, ma piuttosto “ho appena finito un pranzo abbondante”. “Mi hai tirato un’occhiata sospettosa” e non “in tralice”. In una società dove il calcio è sicuramente uno degli sport più seguiti in assoluto, pochi sono gli appassionati che sanno cosa sia il “calcio spezzatino”.

In pochi sapranno che il termine “canguro” fa parte anche del linguaggio parlamentare e sta ad indicare una prassi che permette di rendere più veloci i tempi di approvazione di una legge. L’espressione non è altro che una traduzione dell’inglese “kangaroo closure”, usata nel Parlamento britannico, sebbene in maniera diversa da noi. Molti si troveranno allibiti davanti a un cartello recante la scritta “divieto di svapo”, che in realtà indica semplicemente il divieto di fumare, cioè svapare, sigarette elettroniche. “Non anticiparmi la trama di quel film” può ridursi in “non spoilerare”, verbo derivante dalla parole inglese spoiler, cioè l’anticipazione di un particolare della trama di un film o di un romanzo, così da rovinare l’effetto sorpresa.

L’edizione 2016 dello Zingarelli conta 500 nuove parole. Tra i neologismi accolti, quelli inglesi sono tra il 10 e il 14% e fra essi ritroviamo, per esempio, “cooking show”, ad indicare la mania della cucina come esibizione soprattutto televisiva, e “cheating”, per intendere quando si copia durante una prova scolastica. Nel totale però, i termini inglesi non superano il 3%.

Le parole sono le spie delle nostre trasformazioni. Dallo scandalo Tangentopoli del 1992, si aggiunge spesso il suffisso –POLI per indicare qualcosa di torbido e, appunto, scandaloso. Anche l’antico suffisso –ONE/-ONA ha conosciuto in breve tempo una specializzazione accrescitiva. Abbiamo, per esempio, concertone, cinemone, viziatone, zoticone, ma anche Lucianone (Pavarotti) e Giulianone (Ferrara) con cui sono correntemente e affettuosamente conosciuti questi due personaggi pubblici, stabilmente sopra il quintale. E ancora: Cesarone (Maldini), Valeriona (Marini), il Pupone calcistico.

Ogni dizionario della lingua italiana racconta, attraverso le parole, il nostro passato e presente. Bisognerebbe imparare a sfogliare i vocabolari per avere un quadro linguistico (e non solo) dell’Italia di oggi e per comprendere l’evoluzione e i cambiamenti subiti.

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