JUSTE LA FIN DU MONDE: da Cannes 2016 all’anteprima milanese

Regia: Xavier Dolan
Anno: 2016
Paesi di produzione: Canada, Francia
Cast: Natalie Baye, Marion Cotillard, Vincent Cassel, Léa Seydoux, Gaspard Ulliel

La sera del 20 Giugno, al cinema Orfeo di Milano, c’era una ragazza che aveva appena dato uno dei tanti esami della sessione estiva universitaria e che, un po’ sudaticcia per il caldo e con gli occhi spiritati per l’emozione, saltellava euforica davanti alla porte della Sala Rossa. Quella grande. Quella in cui si tengono anche conferenze, spettacoli, concerti. Quella che ospita spesso importanti anteprime cinematografiche. Appena un mese prima, il Festival di Cannes 2016 aveva imposto i suoi verdetti, espresso i suoi giudizi, conferito i suoi premi, con il solito imponente ed insindacabile potere. Palma d’oro a “I, Daniel Blake” di Ken Loach, Grand Prix della Giuria a “Juste la fin du monde” di Xavier Dolan.

Dolan, il giovane regista canadese dallo sguardo pulito e dalla sensibile intelligenza, talento algido ed emotivo verso il quale quella ragazza ha iniziato a provare un certo amore platonico ed intensi sogni ad occhi aperti su una loro possibile collaborazione sentimental-lavorativa, in un idilliaco quadro tanto romantico quanto improbabile. Ma con il pensiero che, per fortuna, sognare è ancora uno di quegli affari intimi che si consumano “tra noi e noi stessi” e che, incredibilmente, è ancora gratis.

Era l’anteprima di “Juste la fin du monde, in anticipo di tre mesi rispetto all’uscita nelle sale canadesi (prevista per il 21 Settembre) e di un tempo indefinito rispetto a quella delle sale italiane. Era l’anteprima di un film che quella ragazza attendeva da tempo. E quella ragazza sono io.

Non mento. So bene che recensioni di questo film sono già state scritte dalle varie anteprime italiane ed internazionali, per esempio direttamente dalla prémiere di Cannes di Maggio. E probabilmente, gli autori di queste recensioni sono critici più capaci e sicuramente più affermati di me. Ma questa volta, mi sento quasi in dovere di esprimermi, di arrogarmi il diritto di spendere qualche consapevole parola sull’ultimo film di Xavier Dolan. Perché è giovane, come me. Come noi di Aware. E perché lo amo, circa, immensamente.  

Dal suo primo film “Ho ucciso mia madre” al suo penultimo “Mommy” (che ho già recensito), la carriera di Dolan sembra tutt’altro che in salita. Con uno stile che rimescola il cinema del passato, ma in un’ottica tutta contemporanea, Dolan ci parla di crisi amorose (“Gli amori immaginari”), identitarie (“Laurence Anyways”), amorose-identitarie (“Tom à la ferme”), parentali (“Ho ucciso mia madre”), parentali-psichiche (“Mommy”). Il suo marchio assomiglia spesso ad un videoclip musicale, di quelli con le immagini a rallenty e la musica in sottofondo, ma senza scadere mai nel pop becero o nel kitsch; i costumi sono studiati nei minimi dettagli, la gamma dei colori ampissima; i dialoghi, perfetti e spesso strazianti, sono un equilibrato collante tra i personaggi delle sue storie, che litigano, urlano, strepitano, ridono senza vergogna, piangono con audacia, vengono alle mani. Il cinema di Dolan si vede, ma soprattutto si sente (dentro), a volte come un pugno allo stomaco, altre come estasi sentimentale. E’ un cinema emotivo che tocca molti dei nostri punti fragili, ed è per questo che non a tutti piace, in realtà. Forse, a chi preferisce stimoli più adrenalinici, più “da sparatoria”, i film di Dolan potrebbero far rabbrividire, o più semplicemente annoiare. Ma molti, moltissimi, riconoscono in lui un vero talento, un talento, come dire, sincero. Anche nei propri difetti, nelle proprie “sbavature” di stile, nella consapevolezza (tutta francofona) della propria bravura.

Dolan sta scalando vette imponenti, prima fra tutte Cannes, che continua a premiarlo. L’ultimo apprezzamento, il Grand Prix, ha svegliato le case di distribuzione italiane, che solo ora si sono messe di buzzo buono per portare in sala i suoi film.

Juste la fin du monde, ispirato all’opera teatrale di Jean-Luc Lagarce, non smentisce le aspettative di contenuto: uno scrittore di circa trent’anni di nome Louis, torna a fare visita alla propria famiglia dopo 12 anni di assenza, per comunicare di essere gravemente malato e, in pratica, annunciare la propria imminente morte. Un dramma, quindi. Fin da subito, senza scampo. Un dramma familiare, per di più.

Il film inizia proprio dal protagonista e dal viaggio, in aereo e poi in taxi, che lo porta alla propria casa natale. E’ la sua voce fuori campo che ci spiega immediatamente la situazione. In un bellissimo percorso musicale in slow motion che ricorda i videoclip della canzoni di Lana Del Rey, Louis arriva a “casa”, (ri)trovando la stessa famiglia di sempre: la madre, il fratello Antoine, la sorella ventenne Suzanne, di cui lui, dati i 12 anni di assenza, sa poco e nulla. Un altro membro, però, è entrato in famiglia, ed è Catherine, moglie del fratello, che Louis conosce per la prima volta. L’imbarazzo è tangibile, lo sconforto di tutti anche. Ritrovarsi dopo così tanti anni crea un quadro alienante, che mescola improvvisi e goffi atti d’affetto e litigi deliranti, in un contesto asfissiante che ricorda molto “Carnage” di Polanski. I personaggi sono ottimamente costruiti e caratterizzati: il fratello Antoine, burbero e litigioso; la sorella Suzanne, aspirante ribelle ma dall’anima impaurita, la madre apparentemente superficiale e un po’ pacchiana, ma nel profondo intelligente e ferita; infine la cognata Catherine, insicura ed ansiosa, ma altresì sensibile ed empatica. Tutti hanno degli immensi ed evidentissimi difetti, ma anche dei pregi, nascosti e sottaciuti. Tuttavia nessuno, pare, sembra capire perché Louis sia tornato. La casa, nel frattempo, scatena la memoria dei ricordi ed alimenta dialoghi sempre più approfonditi tra i personaggi, che trovano il modo di aprirsi solo appartandosi e/o nascondendosi in varie stanza della casa. Così la madre chiama Louis nella veranda in giardino, la cognata si confida sulla soglia di una porta, il fratello si sfoga in macchina con la scusa di andare a comprare le sigarette, e la sorella mostra i disegni appesi nella propria stanza. Ma per Louis sono forse gli oggetti che parlano di più, o che “parlano” con più chiarezza: così un materasso (il suo) abbandonato nello sgabuzzino è in realtà il limpido ricordo di una notte d’amore, magicamente messo in scena dalla regia in un’aura perfettamente sentimentale.

L’ultimo film di Dolan è il simbolo di uno percorso registico coerente ma ancora da definire, che può permettersi di cambiare, anzi quasi di fermarsi per riflettere “di più”. Questa volta, infatti, Dolan si è fermato, ha preso tempo: i dialoghi sono lunghi, le parole sembrano non finire mai. Ma è questa la maturità, il suo diventare adulto. In una famiglia del genere, o forse in qualsiasi famiglia, non si finisce mai di parlare, come i sentimenti che legano i suoi componenti non si chiudono mai del tutto gli uni agli altri. Si cerca sempre di capire, o di capire di più. Di non ferire troppo, eppure anche di non soccombere a tali intricate dinamiche. A volte, tutto si sistema. Altre volte, nulla è destinato a mettersi per il verso giusto. Nonostante tutte le parti in causa abbiano le proprie valide ragioni, per arrabbiarsi o per perdonare, per insistere oppure lasciare perdere.

Juste la fin du monde, letteralmente, “è solo la fine del mondo”, esprime i paradossi delle relazioni umane, forse con meno vivacità rispetto ai film che lo precedono, ma sicuramente con più consapevolezza. Posso dire così che Dolan si è superato, perpetuando un percorso di crescita -personale ed artistica – che non posso non continuare a scoprire.

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