La fenice è bruciata, ora non può che rinascere

Italia sconfitta alle qualificazioni mondiali

“Senti ma…se segna Fabio siamo Campioni del Mondo?” “Sì Andrea!”. *
E allora non può sbagliare, è il nostro Mondiale, Deve segnare!
“Parte Grosso…GOOOOL, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO!!!!”

Sorrido, mi sveglio. Era solo un sogno. Ma come un sogno? Non siamo Campioni del Mondo? Eppure sembrava tutto così vero. Il rigore di Totti allo scadere contro l’Australia, i gol ai supplementari di Grosso e Del Piero contro la Germania, il colpo di testa di Materazzi contro la Francia… Mi sono immaginato tutto? Davvero volete farmi credere che ho sognato tutto? No, non è possibile! Io mi ricordo benissimo quelle torride giornate estive passate sul divano a stringere il tricolore che lo zio di mia madre aveva portato a casa dalla guerra. Mi ricordo il destro di Pirlo ad aprire le marcature contro il Ghana. Il raddoppio di Iaquinta.

Il gol di Gilardino contro gli Stati Uniti e la gomitata di De Rossi. L’1-0 di Materazzi contro la Repubblica Ceca e la corsa fianco a fianco di Barone e Inzaghi verso la porta di Cech interrotta dal gol di Super Pippo. L’ansia per il rigore di Totti all’ultimo minuto contro l’Australia e l’esplosione di gioia al gol del Pupone. Il siluro di Zambrotta contro l’Ucraina e la doppietta di Toni a chiudere il match. La corsa alla Tardelli di Grosso dopo il surreale gol alla Germania padrona di casa e l’abbraccio dei compagni a Del Piero dopo il 2-0 che voleva dire “ANDIAMO A BERLINO”.

Mi ricordo l’incertezza che ha accompagnato la vigilia di una finale del Mondiale, una finale da giocare contro gli storici “cugini” della Francia, quelli che all’Europeo del 2000 ci avevano fatto piangere con il Golden goal di Trezeguet. Mi ricordo il cucchiaio di Zidane con la palla che bacia la traversa e poi supera la linea di quel tanto che basta per mettere paura all’Italia ma non a Marco Materazzi. Ricordo il pareggio di Marco al 19’ del primo tempo e la folle testata di Zizou al 4’ del secondo tempo supplementare. L’espulsione, la Francia in ginocchio ma l’Italia che non segna il 2-1. I calci di rigore. Ricordo la traversa proprio di quel Trezeguet che 6 anni prima ci aveva giustiziato e il gol decisivo di Grosso che per una notte ci ha riportato sul tetto del mondo.

 

No, non può essere un sogno. I ricordi sono così reali nella mia testa. Ma allora…è tutto vero? Siamo davvero Campioni del Mondo? Sì, lo siamo. O meglio…lo siamo stati, 11 anni fa! Come 11 anni fa? E Ora? Ora cosa siamo? Eh beh…cosa siamo, siamo nulla. Siamo un popolo che per troppo tempo ha vissuto di ricordi e si è dimenticato di costruire il presente. Siamo una Nazione che ha dato per scontato di essere grande quando grande non era più. Siamo quelli che hanno affidato un intero movimento calcistico a chi di calcio ci ha capito ben poco e ci ha portato alla rovina. 1-0 in Svezia, 0-0 a San Siro. Italia fuori dal Mondiale di Russia. 60 anni di sogno interrotti in un istante, un istante che ci ha fatto sprofondare in un incubo che ci accompagnerà per i prossimi 4 anni e mezzo, quando in Qatar l’Italia non potrà non essere presente. Inutile parlare del fallimento dell’Italia di Ventura.

A mio parere pure un po’ ingeneroso. Il capro espiatorio è facile e comodo da trovare all’indomani di una disfatta e al momento è normale e logico che tutti puntino il dito contro il condottiero che non è riuscito a guidare la truppa fino a Mosca. Ma prima di lui? Cosa abbiamo fatto in questi 11 anni per poter dire “Eh no, eravamo grandi e questo qui venuto da Genova ci ha ridotto a uno schifo”? Sì, Ventura ha le sue colpe. Inventare due formazioni nelle due partite più importanti da quando è CT non ha avuto senso. Dare spazio solamente per 20’ su 180 a quell’Insigne che da molti è considerato come il miglior talento del calcio italiano odierno è stata una pazzia.

Portare una Nazionale ad affrontare con grande paura una piccola squadra come la Svezia che poco c’entra con il mondo del calcio (diciamocelo dai, questi sono scarsi!!!) è stato un errore imperdonabile che nessuno stratega dovrebbe mai commettere. Ma ridurre il fallimento della Nazionale italiana ai playoff contro la Svezia sarebbe l’errore più grande che noi possiamo fare in questo momento. 2006, Campioni del Mondo. 2010, eliminati in un girone con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. 2014, eliminati in un girone con Inghilterra, Uruguay e Costa Rica. 2018, Mondiale di Russia da guardare in tv dal divano. Ascesa all’Olimpo e rovinosa caduta. Fenice che brucia e che ora è chiamata a risorgere dalle proprie ceneri. Lippi, Prandelli, Ventura. Abete, Tavecchio. Cambiano i CT, cambiano i Presidenti federali ma l’Italia rimane piccola.

La finale dell’Europeo raggiunta nel 2012 dall’Italia di Prandelli ma poi persa con un sonoro 4-0 per mano della Spagna ci ha illusi di essere ancora grandi. L’eliminazione degli Azzurri di Conte ai quarti di finale degli Europei di Francia arrivata solamente ai calci di rigore contro la Germania ci ha illusi di essere ancora grandi. E invece no. Abbiamo smesso di essere grandi 11 anni fa ma non ce ne siamo mai accorti. Non ce ne siamo mai voluti accorgere. L’Italia di Ventura avrà anche fallito la qualificazione al Mondiale di Russia ma il sistema del calcio italiano ha fallito prima. Ricambio generazionale mal gestito, strutture sportive lasciate vecchie e inadatte al calcio 2.0, tempo perso a litigare per avere la poltrona migliore senza preoccuparsi di essersela guadagnata. Questa è l’Italia di oggi. Una Nazionale che si è accorta troppo tardi di essere caduta e che ora dovrà faticare più del doppio per provare a rialzarsi.

 

Da cosa ripartire? Dall’anno zero! Questo deve essere l’anno zero del calcio italiano. Il punto più basso toccato negli ultimi 60 anni e che deve servire da terreno fertile sul quale iniziare a costruire un nuovo futuro. Via tutti! Tanti saluti al CT e alle cariche federali. Grazie ai vecchi campioni che hanno fatto la storia della nostra Nazionale (vedi Buffon, Barzagli e De Rossi) ma che ormai sono troppo logori e stanchi per essere il punto fermo dal quale ripartire. Addio all’Italia che è stata e Benvenuta all’Italia che sarà, quella che da OGGI deve iniziare a lavorare per essere ancora degna di essere tifata.

E allora da dove ripartire? Dalla Germania. Da dove la caduta ha avuto inizio. Copiamo i tedeschi. Copiamo la nazione che ci vantiamo sempre di riuscire a battere sul campo ma che fuori ci ha rifilato un sonoro 10-0 senza che neanche ce ne accorgessimo. Dopo l’eliminazione dagli Europei del 2000 la Federcalcio tedesca ha capito che il tempo della vecchia Mannschaft era finito e che urgeva una rivoluzione.

Il Mondiale 2006 da disputare in casa è stato vissuto da subito come l’occasione per far ristrutturare il vecchio treno e farlo tornare a correre rapido sui binari, fino a quel 2014 che ha portato come risultato finale la conquista della Coppa del Mondo in Brasile. 14 anni di lavoro, 14 anni di innovazione, ciò che noi italiani non siamo stati capaci di fare nei nostri 11 anni di caduta. Stadi ripuliti e rinnovati, capitali investiti nella costruzione di centri sportivi con idee all’avanguardia e vivai riportati al vecchio splendore.

Leggi semplici ma efficaci che hanno permesso alla Germania di insegnare al mondo del calcio che per essere grandi bisogna essere bravi a capire quando è il momento di cancellare il passato e di concentrarsi sulla costruzione del futuro. Nel 2001 la DFL, lega calcio tedesca, ha introdotto l’obbligo per tutte le società di Bundesliga e Bundesliga 2 (la nostra Serie B) di avere una squadra in ogni categoria giovanile a partire dagli Under 12, pena revoca della licenza di partecipazione al campionato. Una regola chiara che ha portato i club del paese a sviluppare i propri vivai, valorizzando il prodotto nazionale e allevando quei piccoli Neuer, Hummels, Reus (solo per citarne alcuni) che oggi sono tra i punti fermi della Nazionale di Low.

Altro must del calcio tedesco in questi anni è stata la politica del 50+1, ovvero la decisione di affidare la quota di maggioranza di ogni società ai tifosi. Dal Bayern al Borussia a monitorare che i dirigenti operino in maniera trasparente e corretta nei confronti del club sono i tifosi, i quali partecipano ai CdA in qualità di azionisti di maggioranza (salvo eccezioni come Wolfsburg e Leverkusen di proprietà di gruppi come Wolkswagen e Bayer, sponsor da più di 20 anni dei due club, e dello strano caso Lipsia, legato a doppio filo alla Red Bull).

Gestione oculata degli introiti ricavati da diritti tv, marketing e merchandising, tutti aspetti che hanno portato la Bundesliga a essere tra i primi tre campionati più ricchi del mondo e un modello da seguire dentro e fuori dal rettangolo di gioco. E per quanto riguarda il campo? Allenamenti al passo con gli sviluppi tecnologici con conseguente introduzione di dispositivi elettronici che possano portare ad analizzare le prestazioni e a lavorare in maniera mirata sui punti deboli dei giocatori. Sensori, telecamere, droni, tv e computer sui campi dei centri sportivi, nuove tecniche di allenamento tecnologico che ha portato alla formazione di allenatori 2.0 in stile Tuchel, Nagelsmann e Tedesco, allenatori che oggi stanno già costruendo la Germania del futuro. Mondiale 2014 vinto, Europeo Under 21 2016 vinto, Confederations Cup 2016 vinta e un Mondiale di Russia da giocare da favorita. Un progetto partito da lontano e che a distanza di 14 anni ha iniziato a portare i frutti più succosi.

E noi? Noi siamo rimasti indietro in tutto. Siamo rimasti a Italia ‘90, con stadi vecchi e centri sportivi ampiamente superati, convinti di essere ancora un attore protagonista in un mondo del calcio che invece procede a passo spedito e il quale ci ha lasciati al primo autogrill proseguendo rapido sull’autostrada del nuovo millennio. E quindi? Non ci rimane che cancellare tutto e ripartire, copiare i tedeschi e ammettere che avevano ragione loro. Per fare ciò serve rivoluzionare il sistema calcio italiano dalle fondamenta, portando freschezza e voglia di fare in una Federazione ormai vecchia e con poche idee ma soprattutto riformando la cultura sportiva di un Paese che ha dimostrato di essere arretrata. Sentire un San Siro tutto esaurito che fischia l’inno svedese è stata una delle immagini più brutte della serata. Paura e insicurezza di 80.000 uomini celate dietro a un gesto ignorante che dipinge perfettamente il momento di caduta che l’Italia sta vivendo.

 

Bisogna ripartire e bisogna farlo subito, perché non essere in Russia a giocare il nostro sport nazionale è un’onta difficile da cancellare. E allora che senso ha scrivere questo articolo proprio ora? Forse quello di dare una sveglia, forse nessuno. In effetti questo è un pezzo che doveva essere scritto più di 10 anni fa, quando dal tetto del Mondo guardavamo tutti dall’alto al basso senza accorgerci che il terreno ci stava crollando sotto i piedi. La fenice è bruciata…ora non può che rinascere.

 

*discorso tra Pirlo e Cannavaro mentre Grosso stava per batter il rigore, come rivelato dall’ex Capitano azzurro.

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