Isis e la crisi culturale dell’occidente

Isis e la crisi culturale dell'occidente

ISIS traducibile in “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”, comunemente noto come Stato Islamico (dalla sigla IS), ha origini ben precise che risalgono ad Al-qaeda nel 2004-2006 in Iraq. È un gruppo terroristico islamista fondato in quegli anni da Al-Zarqawi a fronte dell’occupazione Americana dell’Iraq in seguito al rovesciamento del governo di Saddam Hussein e contro il governo Iracheno sciita appoggiato dagli USA. Dopo l’interevento dello stato islamico nella guerra civile siriana nel 2012 e in seguito ai territori conquistati in Iraq e Siria nel 2013, il 29 Giungno 2014 ISIS ha proclamato la nascita del “Califfato”.

 

Intervista a Marco LombardiMarco Lombardi

Professore di sociologia e direttore della scuola di giornalismo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esperto di terrorismo, vanta numerosi viaggi in paesi Islamici, iniziative e pubblicazioni su questi temi.

 

Premettendo che la particolarità di ISIS (o IS comunque lo si voglia chiamare) stia nella rivendicazione territoriale, mai avvenuta da parte di nessun nucleo terroristico almeno in modo così esplicito nella storia, l’opzione di un bombardamento “a tappeto” delle zone occupate dai militanti dell’ISIS al momento della proclamazione del califfato era possibile?

Personalemnte vedo nel Califfato una minaccia perdurante a lungo termine, di cui la progressiva stabilizzazione ne fa aumentare la pericolosità. Questa opzione, intesa come intervento militare di polizia internazionale per destituire di ogni peso il nascente califfato, era sì politicamente possibile. Sicuramente pesante per la responsabilità, brutale ma possibile; mi viene da dire che chiunque fosse stato a capo della leadership nell’ISIS (Al-Baghdadi o chi per lui) fosse un buon giocatore d’azzardo per scommettere che le Nazioni Unite non avrebbero bombardato. Dobbiamo ricordare che il califfato è un pericolo anche per l’Islam oltre che per l’occidente.

Sul piano della fattibilità tecnica vale lo stesso discorso: il califfato ha subito perdite significative quando è stata la Giordania ad attaccare (e non gli alleati), quindi è ancora vulnerabile.

Perchè andava fatto subito: Si sarebbe impedito al califfato di prendere tempo per affermarsi attraverso la comunicazione, inoltre di prendere controllo di un’area spendendo di fatto quel poco di controllo leggitimo che era dovuto al governo iracheno.

Perchè non è stato fatto subito: Non è stato fatto perchè chi doveva farlo (gli Stati Uniti d’America) l’aveva giudicato insostenibile politicamente e per i suoi interessi, rispetto ai conflitti che avrebbe subito con il resto del mondo arabo, qatarini in particolar modo, ma anche per altre condizioni di contorno: si veda l’Iran (in discussione sul nucleare), gli wahabiti, sopra turchi e curdi (che avevano tutto l’interesse a negoziare il loro intervento rispetto un’autonomia sui ponti)… l’unico modo sarebbe stato quello di caricarsi sulle spalle in toto le responsabilità, da parte di chi sarebbe dovuto intervenire, comunicando il bombardamento alle nazioni unite e assumendosi nell’immediato tutti i problemi di ritorsione politica interna ed estera, per raccogliere i frutti non prima di sei mesi o un anno.

Perchè non è più possibile farlo: Ora non è più possibile per le differenze interne alla coalizione. In questo momento l’isis sta controllando un’area che è molto meno problematica controllata da loro che non se fosse stata vuota. Ricchissima di materie prime come è (non a caso i bombardamenti non avvengono mai sui pozzi petroliferi), sul vuoto di governo che si creerebbe in seguito ad un attacco militare si scatenerebbero tutti gli appetiti dei sopracitati iraniani, wahabiti, qatarini, turchi, curdi, per non parlare di altri centro-asiatici. Tuttavia non prendere decisioni per l’occidente significa aumentare la propria vulnerabilità.

 

É un’incertezza culturale questa da parte dell’occidente?

Assolutamente si. L’identità culturale dell’occidente in questo caso è debole se non del tutto mancante, non riconoscere la propria storia, le proprie radici, questo è perdente ed è l’eredità del secolo scorso… In generale la prima cosa da cui si vuole sfuggire è l’incertezza, questo anche sul piano della personalità, più sei debole più cerchi di sfuggire all’incertezza, hai bisogno di drivers che ti orientino: in genere questi te li dava la cultura… Purtroppo oggi non sembra più essere così, tanti che pur di sfuggire all’incertezza sono spinti a trovare una risposta necessaria la trovano in un’offerta che dà questa risposta. Su questo l’ISIS è brava.

 

Come si può muovere quindi l’occidente?

Innanzitutto non bisogna cadere nella trappola di ISIS per cui si scateni una guerra incondizionata contro l’islam (su cui farebbero la firma). Sul breve tempo ideologicamente è accettabile prendere un’arma tanto quanto sedersi attorno ad un tavolo e agire diplomaticamente: è solo una questione strategica. Ma questo riguarda solo il breve termine.

É il medio lungo termine il punto: tutto quello che sta accadendo indaga il nostro modo di stare al mondo (come dice Papa Francesco la 3^ guerra mondiale è in corso da tempo).

L’uomo occidentale non si è accorto del cambiamento globale, credendosene immune non ha adattato i suoi schemi interpretativi della realtà, questo è anche uno dei motivi della crisi. Bisogna guardare alle cause di questa crisi identitaria in casa nostra, in modo da costituire una società che dia un’offerta culturale adeguata, soprattutto verso i giovani, perchè forte di quest’offerta possa confrontarsi con il resto del mondo che ha la sua leggittimità nel fare altre offerte. (per arrivare forse ad una nuova sintesi, visto che al momento manca qualcuno in grado di governare il mondo globale).

 

Che ruolo hanno I nostri media in tutto questo?

Senza rendersene conto, da qualche anno a questa parte, i media occidentali sono diventati i “supporters” del terrorismo perchè non si assumono la responsabilità insita nella comunicazione. I media occidentali danno risonanza a questi fenomeni non curandosi degli effetti, se ne lavano le mani e questa irresponsabilità è il grande problema di fondo. Nonostante non si faccia altro che il gioco dei terroristi alimentendo e diffondendo il terrore da essi provocato, si continua a trasmettere le immagini e i video delle esecuzioni in quanto notiziabili. L’irresponsabilità sta nel contrabbandare per informazione materiale che al di fuori della notizia registra un grandissimo numero di ascolti con l’unico scopo di “fare cassetta”. In questo caso l’isis sta “regalando micchette al panettiere” e chi possiede i canali per la distribuzione difficilmente rinuncia a questo business. Con questo non si vuole dire che ci sia continuità politica con la comunicazione (anche se sul petrolio si), si tratta solo di un’offerta irrifiutabile per il circuito mediatico. Non trasemttere più i video di isis è una scelta di responsabilità, i media sono sulla barricata con le altre armi fanno parte della guerra.

 

Per chiudere il discorso mi piace citare un altro professore dell’Università Cattolica Farouq Wael Eissa, insegnante di arabo presso la facoltà di lingue.

In Arabia Saudita si fanno più morti di quelli che ha mai fatto l’Isis, ma nessuno dice niente, perché in gioco ci sono gli interessi economici: questa ipocrisia é il vero problema, nessuno parla mai di questi fatti, é un terrorismo legittimato, ma nessuno dice niente. Il mondo occidentale non dà risonanza a certe cose per preservare i suoi interessi e riversa tutte le sue attenzioni sull’Isis utilizzandolo come schermo, in quanto é facile catalizzare l’attenzione di tutti su un solo fenomeno se in gioco c’è la paura.

 

Tags

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *