India

Raccontare l’India non è facile, anzi è probabile che si vada incontro ad un totale fallimento nel provarci dal momento in cui  tutto in India è diverso da ciò a cui siamo abituati. L’immaginazione non è sufficiente per comporne un quadro abbastanza fedele.

In India esistono odori che mai avevo sentito in vita mia, che non riuscivo ad accostare a qualcosa di precedentemente conosciuto per poterli richiamare, esistono dinamiche sociali inedite e codici stradali originali rivisitati in chiave locale.

Jaipur, capitale del Rajasthan, conta 3 milioni e mezzo di abitanti. Mi è stata detta essere una delle città più ricche dell’India ma utilizzo questa costruzione indiretta perché ancora non riesco a credere che lo sia.

Una discarica a cielo aperto.

Discarica India

In una qualsiasi strada di Jaipur circolano in ordine mucche, cammelli, maiali, cani randagi, carretti al traino di asini o cavalli, risciò, tuc tuc, motociclette anni 50 e alle volte addirittura elefanti. Le macchine, ovviamente sottointese, non rappresentano una banalità in questo singolare sistema di scorrimento del traffico: non sono infatti previste tangenziali nè semafori né, nella maggior parte dei casi, il senso di marcia.

elefante

“In India si guida a sinistra”… si in teoria, nella pratica si guida dove si trova spazio. “In India si parla inglese”… si in teoria, in India ci sono 21 lingue ufficiali, più di 179 lingue parlate comunemente e ben 1652 dialetti parlati a livello locale. In India le religioni si rispettano, forse… nella maggior parte dei casi le persone non ne conoscono le differenze.

Quasi tutti gli indù che ho conosciuto e che mi hanno ringraziato per i più svariati motivi, anche solo per avergli stretto la mano, lo hanno fatto con la formula Shukriya… mi suonava familiare, ecco dall’arabo Shukran, infatti si tratterebbe di una formula utilizzata dagli indiani musulmani ma evidentemente anche da molti altri.

metro Jaipur

People staring in Jaipur metro

Nel sobborgo di Jaipur dove soggiornavo i turisti occidentali dovevano essere alquanto rari, le persone mi fissavano insistentemente ovunque, per la strada, in metro, sul tuc tuc e nei locali. Ti fissano come se fossi una specie aliena altrimenti una superstar e, se per caso ti fermi per qualche secondo, qualcuno certamente si avvicinerà, un po’ titubante ma inizierà comunque a parlare; qualsiasi persona fino ai 50 anni, mendicante o benestante, ti chiederà di fare un selfie con lui… sì è più facile che posseggano uno smartphone piuttosto che un paio di mutande pulite. In generale non esiste la misura né il concetto di distanza interpersonale, le persone ti parlano a mezzo centimetro dal tuo naso, ti toccano, e ti fissano negli occhi incessantemente anche quando il turno di parola non lo richiede (se parla una terza persona continuano a fissare te), poi ti invitano a prendere il chai a casa loro, ti trattengono per la cena ma non cercano mai di rubarti nelle tasche.

Devo ammettere di essere partito un po’ prevenuto su questo punto, eppure ho incontrato inaspettatamente un’ospitalità dilagante e vera e propria riverenza nei confronti degli ospiti. Non capisco se il furto non sia contemplato nella cultura indù (la predominante nel Rajasthan) o sia stato io particolarmente fortunato.

Le persone ti invitano nelle loro case, ti presentano orgogliosi i membri della loro famiglia e ti guardano mangiare. Sì, in molti casi non si siedono a mangiare insieme a te. È la prima volta che mi capita un’esperienza di questo tipo: una persona che si sente inferiore, che non si considera degna di mangiare allo stesso tavolo con l’ospite, che non ti guarda negli occhi se alzi lo sguardo verso di loro.

 

La premessa forse è che l’India è un paese senza speranza. Credo che il vero problema stia nella religione e nel modo in cui condiziona tutta la cultura nel suo insieme. Per via del prorompente sviluppo economico la cultura Indiana è un ibrido tra la tradizione e un’occidentalizzazione parziale ed incompleta. Il risultato è caotico e soprattutto inconcludente, è come se l’India fosse troppo arretrata nei costumi per assomigliare anche lontanamente ad un paese sulla via dell’occidentalizzazione ma anche abbastanza avanti in questo processo da aver perso le sue radici identitarie. Bollywood è un esempio.

 

TajMahal

Taj Mahal -Agra

In conclusione, sperando di avervi spaventato abbastanza, l’India è affascinante. Non è bella, è inutile, se volete apprezzare la bellezza dell’arte e dell’architettura fatevi un giro in Italia e non intraprendete questo viaggio per vedere il Taj Mahal. Se invece sono le persone che vi incuriosiscono, le culture diverse dalla nostra, che non concepiscono i nostri valori e le nostre logiche di vita, allora l’India non può deludervi. Per chi è curioso in India c’è la povertà più estrema. Per chi sogna da sempre di uscire dalla sua “bolla” l’India è il posto adatto. Virgoletto la bolla appunto perché la nostra amatissima cultura occidentale e cristiana è un dono immenso, abbiamo lottato per millenni per edificarla e godere di quel briciolo di libertà che nel resto del mondo non esiste.

Quindi andare in India vuol dire rendersi conto di quanto preziosa sia la nostra bolla e quanto sia importante averne cura, coltivarla e valorizzarla. Un vero antidoto alla noia e all’indolenza.

 

Pensavo che andando in India avrei trovato qualche risposta in più riguardo a cosa sia la felicità. In realtà ora sono addirittura più confuso.

La mia aspettativa era quella di trovare persone povere ma felici con poco, insomma di poter dire: “loro non hanno niente di quello che abbiamo noi ma sono felici lo stesso se non di più”. Bene mi spiace dirlo ma non è così. Le persone veramente felici sono poche al mondo ma nella povertà in India di sicuro non ce ne sono di più che da noi. A prescindere dal fatto che il possesso di cose materiali renda spesso schiavi più che liberi e che quindi non venga considerato in mia opinione un fattore condizionante della felicità, la condizione economica della popolazione media in Indiana spesso non permette una vita serena nemmeno nei rapporti interpersonali. Ho assistito a bambini trascinati fuori delle aule di scuola in cui insegnavo da un genitore che gli diceva: guarda bene tutti perché qui non ci torni più… a 7 anni non sai mai quale può essere il tuo ultimo giorno di scuola perché il giorno dopo potresti essere mandato a lavorare.

1,2 miliardi è la popolazione dell’India, l’85% della popolazione vive con meno di 2,5 dollari al giorno e il 47% con meno di 1$.

 

Contraddizioni: la gente muore di fame ma le strade sono invase dalle mucche che non si possono mangiare perché sacre e di maiali che ugualmente non si mangiano perché impuri.

Le persone si fanno in quattro per te perché ti vedono come una super-star, ma non c’è il rispetto dell’essere umano nella quotidianità, ho assistito a scene di emarginazione da non credere, ci sono le caste e le più basse non hanno il diritto al lavoro o a dormire in un letto.

Nel personale di una volunteering house c’è la distinzione tra chi dorme in una stanza singola (i responsabili), chi in una stanza singola divisa in 6 persone ma pur sempre una stanza (gli autisti), chi sul tavolo della mensa (i cuochi), chi direttamente sul pavimento o sul portico che dà sul marciapiede quando non piove (le sguattere). Mi hanno insegnato a riconoscerle dal colore dei capelli: quando si fanno canuti comunemente si usa tingerli con una miscela tanto più scura quanto pregiata, più i capelli sono chiari vicino  all’arancione più dovrebbe trattarsi di persone umili che non si possono permettere una tinta più scura.

L’unica cosa che forse abbiamo insegnato loro a livello interpersonale è che per noi volontari loro erano tutti persone e nient’altro ma loro non lo accettano.

Sicuramente sono tutti da ringraziare per non aver mai negato un sorriso di risposta, questo sì.

 

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