Il mio sogno metafisico

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Da quando sono cresciuta mi sono sempre ricordata di un sogno che ho fatto da bambina, non uno di quelli tutto rose e fiori, uno diverso e particolare nel suo genere.

Ovviamente mi ricordo alcune parti, come delle colonne cadute a terra e mia sorella che era stesa su una sabbia rossa. C’ero anche io in quel sogno ma non ricordo esattamente quale fosse il mio ruolo, anche perché mi appaiono alla memoria delle istantanee di qualche particolare: ora la luce offuscata, ora dei manichini, ora delle statue..

Qualche lezione fa stavo studiando Giorgio De Chirico e la sua pittura metafisica. Anche nei suoi quadri ci sono elementi antichi che si uniscono a quelli moderni, l’antichità che si sposa con la modernità.

Così ho associato le due cose e, anche se a primo impatto possa sembrare un po’ presuntuoso, ho riconosciuto la stessa atmosfera sospesa dei quadri di De Chirico nel mio sogno. Gli stessi colori, lo stesso gioco di luci e ombre e quella dimensione tesa ad esaltare un tempo passato che in qualche modo si vuole recuperare, nonostante tutto e la fretta di questo mondo sempre più superficiale.

Chissà poi perché mi è tornato in mente proprio adesso, che sono a Milano da circa un anno.

Ho provato quindi a darne un’interpretazione facendo leva su una certa maturità che si dice si acquisisce con il tempo. Mi sono focalizzata sulle colonne e sulla figura di mia sorella che sembrava una statua della classicità greca e ci ho letto una sorta di omaggio alle mie radici, alla mia famiglia e alla mia, ormai celata ma troppo forte, necessità di tornare a casa e di smetterla di sentirmi costantemente lontana. Sentirmi distante da tante cose, tanti affetti che ho paura di perdere e che forse inconsciamente trasformo in statue, immobili ma corporee perché in grado di avere un certo peso nella mia vita senza abbandonarla, che diventano il soggetto dei miei quadri-sogno personali.

È come se il mio inconscio mi stesse dicendo qualcosa, o almeno solo così riesco ad interpretare le cose che mi succedono, e non mi dispiace affatto pensare ad un legame tra il mio modo di sentirmi connessa al mondo e l’arte stessa.

Mi sono anche chiesta se non fosse stato lo stesso per De Chirico, che disegnava quei suoi soggetti così lontani fra loro eppure sulla stessa tela.

Probabilmente perché voleva far unire due mondi in apparenza inconciliabili, come oggi si potrebbe parlare della vastità culturale che hanno incrementato la globalizzazione e l’avvento delle nuove tecnologie; oppure perché anche lui cercava di esprimere una certa nostalgia per il tempo passato tentando, attraverso la tela, di riviverlo.

Sì, mi piace pensarla così, come se le forme d’arte fossero in grado di custodire una parte di noi, un pezzo della nostra anima.

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Giorgio De Chirico:“Il trovatore”                   Giorgio De Chirico: “Le muse inquietanti”

In copertina:

G.De Chirico: “Piazza d’Italia”  

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