Il malato immagina(rio)

Il malato immaginario - Foto Fabio Artese (5)

Un piccolo clistere insinuativo, preparatorio ed emolliente.

Un giulebbe epatico, soporifero e sonnifero.

Un lassativo.

Un clistere carminativo.

Una dose di fermenti lattici filtrati ed edulcorati.

Una buona medicina corroborante, composta di cassia fresca e senna levantina.

Un bel clistere detergente.

Il malato immagina(rio). La sua fictio, sul palcoscenico del teatro Franco Parenti, si traduce nel tintinnio vitreo prodotto da una miriade di ampolle contenenti sostanze medicinali di ogni genere. Un tintinnio modulato nella frequenza e nel volume: nevrotico, suadente, echeggiante. Capace di farsi naturale estensione della persona ad opera della quale è prodotto. A seconda che sia Antonietta o Argan a relazionarsi fisicamente con il carrello traboccante di medicinali, il rumore prodotto assume connotati differenti.

Vi è sempre in scena un’ulteriore estensione che – definirei– corporale: una sedia a rotelle. Alla quale Argan sembra essere calamitato. Un’amante gelosa, con la quale vive in una simbiosi epidermica che non può essere negata per più di qualche secondo. Una sedia a rotelle raffinata nella forma, dall’imbottitura soffice e dal rivestimento regale: velluto rosso. Forse un trono? Dal quale il malato immaginario, di bianco vestito, fingendo di essere totalmente soggiogato dalle persone che gravitano intorno a lui, finisce in realtà per determinarne  le inclinazioni?

Un re malato o un re immaginario che nulla può contro colei che lo conosce forse meglio di quanto si conosca egli stesso: Antonietta, la sua serva tuttofare. Lo asseconda, lo deride, lo rimprovera severamente, è meticolosa nel prendersene cura. Iperattiva, onnipresente, sagace, è sempre estremamente lucida e padrona della situazione, merito – forse – anche della cuffia bianca che indossa: aderendo perfettamente alla sua testa sembra che la aiuti a tenere insieme tutti i pezzi.

L’assetto spaziale conduce lo spettatore fuori dal tempo. Una sorta di membrana interstiziale, una grata nera a maglie piuttosto strette e di una trasparenza opaca, si erge sul palcoscenico dando luogo a un vero e proprio corridoio percorribile, delimitato dai tre lati della scatola scenica e dalla membrana stessa. E’ un terzo spazio: sito tra le quinte – e dunque il dietro le quinte – e il luogo adibito allo svolgersi della quasi totalità della messa in scena. Essendo la membrana semitrasparente ed interrompendosi in corrispondenza del proscenio, consente all’occhio dello spettatore di insinuarsi fisicamente in un luogo che generalmente gli è dato ad abitare solo nella dimensione dell’immaginazione.

 

Il malato immaginario - Foto Fabio Artese (2)

Il malato immaginario - Foto Fabio Artese (3)

Il malato immaginario - Foto Fabio Artese (4)


Teatro Franco Parenti 

 

Fino al 20 Dicembre 2015

Il malato immaginario di Molière, traduzione Cesare Garboli, 

con Gioele Dix                                                                                                                                                    Anna Della Rosa, Marco Balbi, Valentina Bartolo, Francesco Brandi, Piero Domenicaccio, Linda Gennari, Pietro Micci, Alessandro Quattro, Francesco Sferrazza Papa. 

regia Andrèe Ruth Shammah                                                                                                                                                 scene e costumi Gianmaurizio Fercioni                                                                                                  musiche Michele Tadini, Paolo Ciarchi                                                                                    luci Gigi Saccomandi 

 

 

 

 

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