Il gatto di Banksy

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L’altro giorno mentre attraversavo Corso di Porta Ticinese per andare in facoltà, come mio solito, mi sono imbattuta in un graffito che ritraeva un gatto nero. Ho pensato subito alla bambina di Banksy, quella con il palloncino che se ne scappa dalle mani.

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Molte persone associano i graffiti ad un comportamento poco rispettoso di chi  imbratta i muri e non si rendono conto che dietro il loro finto perbenismo di vedere la realtà, il disegno sui muri va a colorare la città stessa, attribuendole carattere e identità.

Come la pubblicità dell’39 che rendeva New York una rivista pubblicitaria per gli sgargianti colori dei cartelloni pubblicitari che tappezzavano le strade, così la street art diventa manifesto delle strade e dei vicoli nella quotidianità della città.

Attraverso le immagini sui muri ci viene espressa in forma gratuita l’esperienza di vita dei protagonisti delle strade che vivono di notte e di giorno e che conoscono nel profondo, al di là delle apparenze.

Non si parla solo di denuncia di un sistema in cui si vive. Tramite il linguaggio grafico di strada si raccontano storie, modi di vedere la realtà attraverso gli occhi della propria interiorità e, cosa più importante, si lascia al passante la possibilità di dare un’interpretazione a ciò che vede, partendo da una lente comune che è lo stesso disegno.

In questo modo anche se non conosco chi ha disegnato quel gatto che ogni mattina mi saluta nella tratta casa-facoltà, posso comunque attribuirgli un mio significato e portarmelo dentro, sentendomi a mio agio perché in quel gatto ci trovo un punto di riferimento che mi fa rendere conto che la realtà appartiene a me.

Ritornando a Banksy, anche lui ha sempre riconosciuto all’arte la capacità di raggiungere l’intimità di chi la osserva. L’ambito in cui lavora, l’arte di strada, definisce quel linguaggio comune e accessibile a tutti perché nasce e si forma nelle strade, il palcoscenico che tutti calcano in questa realtà chiamata vita.

Come credeva Buzzati, bisogna scrivere per il lettore, così anche l’artista deve agire per un altro che guarda le cose dall’esterno. Sennò tanto vale mettersi di fronte ad uno specchio e parlare con se stessi. Peccato però che il confronto alla fine non funziona, perché senza dialogo non si va avanti essendo tutti noi dei bastardi conservatori che hanno bisogno di relazionarsi per vivere. E non vale farlo con un pezzo di muro o una pianta, a meno che non si voglia avere stampata addosso l’etichetta di psicopatico.

Ma siamo un po’ tutti matti a causa delle nostre ossessioni, di quello che crediamo ci riempie la vita: che si tratti di amore, arte, poesia, musica o altro, la nostra cultura gravita attorno a questo. Ci innamoriamo per non sentirci soli, si ama qualcuno o qualcosa per sfuggire alla solitudine.

Allora mi chiedo perché questa cosa non possa essere un gatto nero in due dimensioni: che anche se non mi fa le fusa quando gli passo vicino, almeno sono sicura di trovarlo ad aspettarmi quando torno a casa.

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