Il film di Tarantino che aspettavate: The Hateful Eight

US film director Quentin Tarantino poses during a photocall for his latest movie, "The Hateful Eight"  in Rome on January  28, 2016.  / AFP / TIZIANA FABI        (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)
US film director Quentin Tarantino poses during a photocall for his latest movie, "The Hateful Eight" in Rome on January 28, 2016. / AFP / TIZIANA FABI (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Ultimo di Quentin Tarantino, secondo western, prima sua pellicola della durata di 187 minuti.

The Hateful Eight, uscito nelle sale italiane il 4 febbraio, segna la fine del count-down per fan e critica.

Il film – suddiviso in sei capitoli titolati – è stato girato principalmente in tre spazi: nella pianura innevata del Wyoming, all’interno di una carrozza troppo piccola per contenere le macchie sul petto dei personaggi e dentro la stanza di un emporio che se potesse parlare sputerebbe sangue.

Otto personaggi: un cacciatore di taglie (Kurt Russell), una prigioniera (Jennifer Jason Leigh), un ex militare anch’esso cacciatore di taglie (Samuel L. Jackson), un poco credibile sceriffo, un generale, un boia (Tim Roth), un messicano silenzioso e un cowboy.

Ognuno con un proprio ruolo e una propria posizione, sembrano pedine estranee ritrovatesi casualmente sulla stessa scacchiera manovrata dalle fila di un solo regista; ma non appena il gioco avrà inizio, i pedoni trasformeranno l’area in un campo di battaglia che riecheggia, non tanto vagamente, quello della guerra civile americana appena conclusa.

Alla violenza cruda, dalle venature quasi splatter, si unisce una violenza verbale, dall’impatto visivo – sembra quasi di vedere i confederati che uccidono i soldati neri – che gira il coltello nella piaga ancora aperta dei dissidi razziali e dei legami di parentela violati.

I dialoghi tra i personaggi non si sprecano, non sostituiscono l’azione; ma servono sia a far ribollire nell’odio ricordi ancora freschi che vengono riversati in parole di vendetta, sia a preparare gradualmente la performance dell’atto finale.

L’emporio, paradossalmente luogo sicuro dominato da un fuoco ristoratore che sembra approdato dalle immagini di falò amichevoli (con tanto di marshmallow), è quanto di più simile alla bufera che imperversa all’esterno.

Fuori montagne ovattate; dentro suoni a colpi di chitarra, pianoforte e pistola.

Fuori bianco; dentro rosso.

C’è qualcuno che nasconde un segreto; forse tutti ne nascondono uno e il western viene completato da un’indagine da romanzo giallo che richiama Agatha Christie e i suoi Dieci piccoli indiani.

Tutti colpevoli e riuniti nello stesso spazio claustrofobico, che sia un emporio o un’isola, e tutti destinati ad una medesima fine, simile anche nei dettagli.

Impossibile schierarsi dalla parte di qualcuno, perché ogni personaggio reca con sé del marcio.

Riprendendo la metafora della scacchiera, nessuno scacco matto perché non c’è nessun eroe, nessun vincitore per una redenzione che non viene mai invocata; solo punti di vista che, presi singolarmente, mostrano le proprie ragioni nascoste e, alla fine, non sembrano così ingiustificati.

Consiglio a chi l’ha visto di soppesare le mie parole e a chi non lo ha visto di ritagliarsi tre ore e andare al cinema.

Non perché sia l’ultimo film di Quentin Tarantino, non perché Jennifer Jason Leigh è candidata agli Oscar come migliore attrice non protagonista e tantomeno perché la colonna sonora è di Ennio Morricone.

O meglio, anche.

Ma posso darvi almeno cinque buoni motivi da aggiungere alla lista:

commistione di più generi in uno;

intreccio sottile di riflessione e azione;

humor nero che, nonostante la carneficina, vi farà sorridere e forse ridere;

ottima recitazione;

spirito investigativo che non può non coinvolgere tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *