il ciclismo piange Daan Myngheer e Antoine Demotiè

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È una settimana durissima per il mondo del ciclismo, sconvolto dalla morte di due giovani atleti deceduti a un giorno di distanza l’uno dall’altro. Erano Daan Myngheer e Antoine Demotiè, due ragazzi all’esordio nel professionismo, entrambi di nazionalità belga, accomunati da un tragico destino e da un ultimo, bellissimo, gesto: la donazione degli organi.

 Daan Myngheer è morto nella serata di lunedì, dopo ad aver accusato un attacco cardiaco nella prima tappa del Criterium Internacional. Myngheer aveva avvertito un malore già nelle prime fasi della tappa ma aveva proseguito la sua corsa, che è terminata a 25 chilometri dall’arrivo quando è caduto a causa di un infarto. Le sue condizioni sono peggiorate ulteriormente durante il trasporto in elicottero all’ospedale di Ajaccio, dove indotto in coma farmacologico non si è più svegliato, spirando dopo due giorni.

Daan avrebbe compiuto 23 anni il primo aprile, era alla sua prima stagione da professionista, aveva ottenuto ottimi risultati nelle gare Juniores, tra cui il titolo di campione nazionale belga, e ottime possibilità di affermarsi anche nel mondo del professionismo. Una carriera stroncata troppo presto da una tragica fatalità.

Myngheer aveva già sofferto di anomalie cardiache in passato, nel 2014, infatti, a seguito di un malore durante una gara amatoriale in Belgio era stato sottoposto a degli accertamenti che avevano evidenziato dei problemi. Tuttavia gli esami che il ciclista aveva sostenuto a Gennaio per ottenere la licenza professionistica non avevano evidenziato nessuna anomalia.

 

Nella notte tra domenica e lunedì è morto Antoine Demotiè, atleta di 25 anni esordiente in una gara dell’Uci World Tour che correva per la Wanty Groupe Gobert, formazione che era stata invitata a partecipare alla Gand – Wevelgem. La stagione 2016 era iniziata benissimo per Demotiè, si era piazzato terzo all’Etoile de Bessèges e secondo alla Dorpenomloop Rucphen e aveva infine esordito in una gara della massima serie ciclistica, la World Tour.

La morte di Demotiè ha contorni assurdi, dopo essere stato coinvolto in una caduta dopo circa 150 chilometri di gara con altri quattro corridori, mentre era steso a terra, è stato investito mortalmente da una moto guidata da un commissario di gara. È l’ennesimo episodio di un ciclista ferito da un veicolo appartenente alla carovana della corsa, un ennesimo caso della scelleratezza di commissari, ammiraglie e fotografi che per essere sempre vicini al Gruppo mettono a repentaglio l’incolumità dei corridori.

È lunghissima la lista degli incidenti causati dalle macchine e dalle moto che seguono le gare ciclistiche, e, fortunatamente, fino ad adesso non era successo nulla di così tragico, nonostante alcuni ciclisti avessero rimediato ferite particolarmente gravi. È il caso, per esempio, del ciclista Hoogerland che durante la Grand Boucle del 2011 era stato scaraventato fuori strada da una macchina della televisione francese finendo contro un filo spinato.

La tragica fine di Demotiè riporta drammaticamente all’attenzione il tema della sicurezza nelle gare ciclistiche, sicurezza messa a repentaglio sempre più spesso dalla corposa presenza di auto e moto. È senza dubbio necessario che l’Uci, Unione Ciclistica Internazionale, intervenga per regolamentare una volta per tutte il comportamento che i veicoli al seguito delle gare devono tenere per non mettere in pericolo la vita dei ciclisti.

 Il mondo del ciclismo soffre per la perdita di due giovani promesse, strappati dalle biciclette da un destino beffardo, che hanno voluto salvare altre vite con la loro morte. Demotiè e Myngheer avevano infatti disposto la donazione dei propri organi, un bellissimo, generoso, ultimo gesto di due giovani ragazzi.

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