Il caso Lubitz e l’umana tendenza di categorizzare il male

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È il 24 marzo 2015 quando Andreas Lubitz, copilota di un aereo Germanwings, riesce a mettere k.o. il pilota presente con lui in cabina (ancora non è chiaro con quali mezzi ), ad azionare la procedura per la discesa rapida e a far schiantare contro le Alpi francesi l’aereo che lo trasportava con altre 149 persone. Nessun sopravvissuto. Tra le vittime, bambini e adolescenti. La notizia è stata appena battuta dalle agenzie, embrionale e grossolana: schianto aereo: tutti morti, quando partono le primissime speculazioni: si è trattato di un attentato terroristico, prima ad opera di un qualche musulmano , poi per mano di quelli dell’ISIS: l’occidente si è sentito legittimato a tirare le somme approssimativamente, con la minaccia dello stato islamico praticamente dietro casa.

Con il passare delle ore sono stati ricostruiti le modalità con le quali l’attentatore ha agito e l’identikit dello stesso: un ragazzo di 27 anni, tedesco, di nome Andreas Lubitz. Nessun collegamento con cellule terroristiche di alcun tipo.

Da quel momento, è partita la corsa alla speculazione sciacalla: forse Andreas soffriva di depressione, molto probabilmente sindrome da burnout, poi aveva dei problemi con la fidanzata, anzi no, era solo un perverso gay : a quanto pare infatti, analizzando la cronologia del suo PC, sono stati numerosi click su siti gay-porno. Lubitz è a questo punto un mostro con una natura ben specifica: l’omosessualità.

Quest’associazione di idee,insieme al “ha ammazzato deliberatamente 150 persone, è un pazzo, dunque molto probabilmente un terrorista”, è tanto inquietante quanto lampante: il meccanismo che vi sta dietro,infatti, fa capire l’essere umano come abbia paura della follia: non della follia in quanto tale, ma in quanto fattore indeterminabile, non riconoscibile, non catalogabile.

La consapevolezza del fatto che la pazzia, il disturbo, il potenziale pericolo si celino dietro il vicino di casa, il collega, la persona che ti sta davanti alla fila al supermercato, il copilota dell’aereo che hai preso, ci fa andare in tilt e ci spaventa; rilegare il maligno ad una ben determinata categoria ,invece, renderebbe le cose molto semplici: tale categoria potrebbe essere poi evidenziata, etichettata, dunque facilmente eliminata perché evidente: questo d’altronde era stato il fardello di tutta una vita di Cesare Lombroso, che aveva studiato crani su crani fino alla fine dei suoi giorni certo del fatto che il perfetto criminale corrispondesse a determinate misure e precise fisionomie, e se nemmeno lui è mai è arrivato ad una conclusione, vuol dire che forse cercare la fenomenologia del male in un determinato gruppo di individui non sia proprio la strada giusta da seguire.

La verità è che arrivare ad una conclusione sarebbe bellissimo, ma è impossibile farlo in questo mondo. Andreas Lubitz era un ragazzo di 28 anni che soffriva di depressione, perché durante l’infanzia aveva subito chissà quale trauma, perché era rimasto colpito dalla morte di qualcuno particolarmente caro, perché era gay, perché era uno dei folli occidentali convertiti e arruolati tra le fila dell’ISIS, o molto più semplicemente, era un ragazzo di 28 anni che soffriva di depressione e basta. Ed è questo il male più grande, ancora più grande del male stesso: lo sconfinato senso di impotenza dinnanzi al male.

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