Humandroid: macchina senziente

Secondo la Genesi Dio creò l’uomo e la donna in un idilliaco spazio lontano dalla corruzione e dalla sofferenza, il cosiddetto paradiso in terra. Esso però non era esente da ogni male: il più piccolo e venefico demone tentatore riuscì a fare breccia nei loro cuori, causando l’espulsione da Eden dei progenitori della nostra stirpe. Così dice la Bibbia. Cosa sarebbe successo però se l’entità creatrice non avesse progettato una sistemazione ad hoc, un caldo grembo nell’occhio del ciclone della crudele realtà? Se Eva e Adamo fossero invece stati sputati in un calderone di dolore, malattia e privazioni quale era il nostro mondo alle origini? L’uomo sarebbe stato semplicemente tentato o avrebbe dato alla luce gli striscianti orchi che si annidano nella sua coscienza?

La pellicola del regista di “District 9”, Neill Blomkamp, scava nel profondo di questo interrogativo con una trama fantascientifica ambientata ai giorni nostri. Il legame con le sacre scritture risulta cristallino, anche attraverso un’analisi superficiale del film, per lo sviluppo delle tematiche e i termini presenti in esso. Si comincia con il venir proiettati nella violenta e criminosa Johannesburg, dove la lotta tra clan rivali ha costretto la polizia a ricorrere all’aiuto di un’azienda privata, la Tetravaal, che fornisce servizi alquanto particolari: robot da combattimento, frutto della brillante mente di Deon, protagonista dell’intreccio, interpretato da Dav Patel. La loro efficacia è sorprendente, i criminali vengono messi alle strette finché un gruppo particolarmente audace decide di risolvere il problema alla fonte. Mentre lavora al più importante dei progetti Deon viene rapito, minacciato di morte e, con una pistola puntata alla tempia, costretto a concretizzare l’apice della sua esistenza in un fatale esperimento: creare un androide con capacità di pensare, sognare e ogni altra attività immaginabile dalla mente umana. E ci riesce, eccome.

Chappie l’androide apre gli occhi (metaforicamente) e come l’uomo nel mito platonico si guarda intorno, esce dalla caverna e inizia a toccare, percepire ed esplorare. La sua nascita però avviene in un corpo difettoso, malato, con pochi giorni di vita, e in più viene indirizzato su una cattiva strada dai sequestratori, da lui chiamati Mami e Papi, essendo le prime persone da lui viste. Il Creatore Deon rischia la vita per riottenere il suo progetto, non a caso chiamato “Genesis”, ma la forza bruta ha la meglio, come fin troppe volte succede. Tutto ciò che può fare è una semplice richiesta all’androide: “Promettimelo, prometti che non ucciderai”.

Tuttavia la frode ha molti volti e la brutalità unita all’astuzia consentono alla banda criminale di arruolare due nuove braccia metalliche per rubare e poi sì, anche assassinare. Chappie comincia in seguito a comprendere la mole etica delle sue azioni, rimanendo però una bestia piena di rancore, il quale si riassume in una semplice domanda rivolta a Deon a un certo punto della pellicola: “Creatore, perché mi hai fatto con un corpo destinato a morire?”

La trama si sviluppa intorno all’androide e alla sua capacità di proteggere chi ama da proiettili, dal fuoco e dall’odio, soprattutto quando un collega rivale di Deon, ex militare capo di un altro progetto infruttuoso destinato a dar luce a un mastodontico esoscheletro da guerra, muove sottilissimi fili all’interno della Tetravaal per screditarlo. Il legame con la Genesi è voluto dal regista e risulta palese in molti tratti.

La trama si rivela sì coinvolgente, ma con risvolti che forse risultano banali in certi punti, mentre alcuni personaggi potevano benissimo esser presentati con meno superficialità tenendo conto dello spazio che occupano nello svolgersi dei fatti. Le scene d’azione sono tuttavia ben girate, in quanto riescono a coinvolgere e portare lo spettatore medio in una sorta di fusione percettiva col mondo indiretto rappresentato, come raramente le pellicole d’azione riescono a fare.

“ Humandroid ” ( “Chappie” nella versione italiana) non sarà un masterpiece né un film destinato a distinguersi nella vastissima produzione cinematografica mondiale in continuo aggiornamento, tuttavia Blomkamp ha la capacità di riproporre certe tematiche attraverso sviluppi interessanti, come riuscì a fare con “District 9” a proposito dell’Apartheid. In definitiva la visione di tale prodotto mediale è fortemente consigliata.

Perché? Fa sorridere.

 

Ci scusiamo per il trailer in lingua originale, purtroppo non è stato possibile caricarne uno in italiano.

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