Hope, il bambino della speranza

“Bisogna che la società riconosca pienamente i diritti sociali del bambino.”

Maria Montessori

Maria Montessori fu un’instancabile educatrice, un vero genio al servizio dei bambini, capace di mettere a punto un modello scientifico rivoluzionario. Aiutò soprattutto i più disagiati, non perché affetti da un particolare handicap fisico o mentale, ma semplicemente poiché cresciuti in zone o quartieri difficili, spesso figli di genitori poveri e senza lavoro, in condizioni miserevoli, abbandonati a sé stessi e alla strada. Ovviamente, l’ambiente e le condizioni in cui vivevano questi bambini, facevano di loro dei giovani con un futuro difficile e problematico. Per questa ragione, la Montessori si dedicò specialmente a questo tipo di bambini, applicando metodi didattici estremamente innovativi, molto diversi rispetto a quelli tradizionali. Il metodo educativo della più grande educatrice e pedagogista italiana prevedeva, e prevede tuttora, la concezione del bambino come individuo laborioso, impegnato attivamente nei suoi lavori. Il gioco non deve essere concepito solo come divertimento, ma come impegno, come coinvolgimento nelle sue attività. Non si tratta di metodo duro, impositivo, coercitivo, ma, al contrario, volto al rispetto dei bisogni e degli interessi del bambino, lasciando che quest’ultimo, divertendosi, si impegni spontaneamente, facendo di ogni cosa una nuova scoperta. Nella scuola della Montessori tutto è a misura del bambino: i mobili, i tavolini, i seggiolini, le maniglie, così da facilitare l’osservazione e la comprensione dei bisogni dei piccoli. Evidentemente, il bambino è posto al centro del processo educativo. Si mira alla piena comprensione dei suoi bisogni, delle sue necessità e, soprattutto, del suo bene. Il bambino è seme del futuro; bambino oggi, adulto domani.
In Occidente, almeno teoricamente, si tende a valorizzare i più piccoli, a perseguire un’ottima formazione, per avere successivamente dei grandi adulti, a cui affidare le sorti del mondo. Un bambino sempre più al centro del nostro interesse. Ma è veramente così? Davvero ovunque il bambino è la creatura più preziosa, da amare, coccolare, crescere nel migliore dei modi?
In un mondo apparentemente sempre più civilizzato e sviluppato, dove si combatte per i diritti dell’uomo e dei bambini, certe storie non possono passare inosservate. Abbandonato sulla strada dalla famiglia e dal villaggio, perché ritenuto stregone, per ben 8 mesi Hope (così è stato chiamato) ha vagato nel nulla, denutrito e senza vestiti indosso. E’ un bambino nigeriano di 2 anni, ritrovato con il volto emaciato e il corpicino estremamente deperito dalla volontaria danese Anja Ringgren Loven. Hope era così debole da riuscire a stento a piegare la sua testolina verso la bottiglietta d’acqua offertagli dal braccio tatuato della cooperante. E’ un miracolo che il piccolo sia riuscito a sopravvivere per tutto quel tempo, “nutrendosi” di tutti gli scarti che gli capitavano tra le mani e costretto per questo, una volta tratto in salvo, a un’immediata corsa in ospedale, dove è stato reidratato e sottoposto a un trattamento medico per eliminare i vermi che lo avevano attaccato.
Hope era solo e senza nulla. Solo da almeno 8 mesi. A poco più di un anno ha dovuto imparare a sopravvivere, stando ben attento a non avvicinarsi troppo al villaggio della sua famiglia, perché, se ciò fosse avvenuto, il piccolo sarebbe andato incontro direttamente alla morte. Infatti, se fosse tornato a casa, i parenti, gli stessi genitori, lo avrebbero ucciso, poiché considerato posseduto. È uno zio, un nonno o semplicemente un vicino a pronunciare la sentenza: “è un Ndoki”. Questo giudizio viene poi confermato dallo stregone/prete del villaggio e da quel momento il suo destino è segnato una volta per tutte: il piccolo viene ucciso. Può essere decapitato, ma anche bruciato o sepolto vivo, o ancora, picchiato e torturato fino alla morte. La sola speranza è che i genitori, aggrappandosi al proprio istinto genitoriale e protettivo, lo abbandonino, pregando per la sua salvezza. Nella fattispecie Hope, con la sua forza, è davvero un miracolo della vita.

BIMBO DENUTRITO
Il suo caso non è però unico e isolato, anzi. Purtroppo frequentemente l’Africa ci offre queste istantanee, che spesso noi lasciamo passare con la massima indifferenza. In Nigeria si stima che ogni anno siano circa 15mila i bambini abbandonati per ragioni religiose e che, nella maggior parte dei casi, non sopravvivono o finiscono nelle trappole dei trafficanti di esseri umani. In Congo si arriva a 25mila. Migliaia di bambini vengono accusati di essere stregoni o streghe, portatori di malocchio e per questo spaventati, torturati e persino uccisi.
E’ una realtà evidentemente molto lontana dalla nostra. Nel continente africano, e soprattutto nella zona occidentale, la magia nera si mischia con pseudo-religioni tradizionali, sulla cui base vengono giustificati e legittimati esorcismi, fame forzata e pozioni magiche, che sono solo alcune delle costrizioni a cui vanno incontro i bambini accusati di stregoneria.
E’ quindi evidente che il malocchio e la superstizione hanno ancora un forte impatto sull’immaginario collettivo e possono portare a fatti terribili, come quello degli enfants sorciers, il fenomeno appena trattato, che riguarda principalmente i bambini africani, i quali vengono esiliati, torturati e uccisi ogni giorno. Atti indegni su cui noi occidentali così potenti non poniamo mai la giusta attenzione o addirittura non ne siamo neppure a conoscenza. Nel continente nero la stregoneria riveste ancora un’importanza devastante a livello sociale: essa condiziona la quotidianità e gli atteggiamenti del singolo, come dell’intera comunità. I bambini ritenuti posseduti dal diavolo divengono capro espiatorio di tutti i mali che affliggono la famiglia e addirittura l’intera società.
Ma in nome di una “fede”, è possibile giungere a tali bassezze e crudeltà?

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