Ho lasciato le cuffie a casa

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Oggi ho lasciato le cuffie a casa.

E’ fine giornata, il suono della metropolitana mi saluta. Schivo persone, scendo le scale in fretta anche se sono in anticipo: in questa città mi muovo per inerzia per la spinta che mi dà.

I tornelli. Il gesto è automatico, l’abbonamento fa beep. La metro e il suo favoloso mondo. Strano, con regole a sé, che ognuno segue senza pensarci. Inebriante, elettrizzante; infatti in questo universo sotterraneo puoi trovare ogni specie e categoria umana. Dove vanno tutti? Qualcuno in università come te, altri in posti dove mai metterai piede nella tua vita. Ogni specie e categoria umana: dal più simile al più diverso da te.

“Come hai fatto a fare beep al primo colpo? il mio biglietto non funziona mai”. Mi giro. La prima cosa che noto è il sorriso grande, il modo di fare un po’ spavaldo, gli occhi luminosi. Io oggi ho lasciato le cuffie a casa, quindi l’ho sentito. E gli rispondo. Si chiama Dia, ha 25 anni, viene dall’Egitto . Studia scienze motorie e fa l’attore. Corriamo a prendere lo stesso treno al volo, le porte si chiudono dietro di noi e il viaggio ha inizio.

Non so come, dal “beep” del tornello della metro arriviamo a raccontarci le rispettive giornate. La sua è stata pesante. Gli chiedo perchè e rimango spiazzata. “Sono stato tutto il giorno sul set. Ho recitato una parte che mi ha fatto soffrire; quella dell’immigrato criminale, un ruolo stereotipato che mai avrei voluto recitare.”

Io, che lo sto bombardando di domande, non ho mai recitato in vita mia, né ho mai sognato di recitare. Penso che sarei una pessima attrice, perché ogni cosa che mi passa per la testa mi si legge in volto. E allora, anche se lo stuzzico, (“ma scusa, un bravo attore non si giudica dalla sua bravura nel recitare parti che non corrispondono ai suoi ideali?”)  in realtà mi chiedo come mi sarei sentita io al suo posto, comunque contenta per il ruolo? Di cattivo umore? E mi chiedo, soprattutto, come si conciliano recitazione e sentimento? Quale è il confine invalicabile fra personaggio e persona? Vengo colpita da quel ragazzo che, pur essendo un bravo attore, le due cose, recitazione e sentimento, non le riesce a scindere; il suo costante tentativo di tenerle insieme lo rende ai miei occhi, in questa buia metropolitana, qualcuno che crede fortemente in qualcosa.

Mi dice di aver partecipato ad un casting ieri, spera tanto di essere preso. Sorride di nuovo, finalmente, e i suoi occhi brillano: “lo spero davvero perché sarebbe il mio primo ruolo in un film italiano, da quando sono qui. E sarebbe un ruolo che mi rispecchia.”

Un giovane attore alla ricerca del suo personaggio ; un ragazzo alla ricerca del suo ruolo. Mi chiedo: chi non lo è ?

Dia è Musulmano. Ormai siamo qui, non so quanto abbiamo viaggiato, parliamo come se fossimo amici da una vita, e allora, come se pescare  le parole di uno sconosciuto nella metro significhi trovare un piccolo tesoro che il mondo di solito ti nasconde, gli faccio un’altra domanda.

Alla luce degli ultimi fatti di terrorismo, sai che il mio mondo e il tuo mondo sono in un inevitabile contrasto socio culturale. Cosa pensi di quello che sta accadendo?” . Ha uno sguardo serio. “Nessuna religione chiede di uccidere per il proprio dio. I fatti che stanno accadendo sono da condannare. Penso però che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità, anche il mondo occidentale. Siamo tutti collegati in una grande catena. Se un terrorista si fa esplodere, è la tragica conseguenza di una serie di fatti  accaduti prima  che non lo vedono come unico responsabile.”

Mi parla di quello che succede lì, in Medio oriente, di quello che si sente sui giornali, ma mi dice anche di più. Mi parla di torture, di supplizi, di cose orribili che odio sentire, ma che non posso fare a meno che ascoltare perché me ne parla come se avesse ricevuto le notizie da un amico per telefono. Questo ragazzo riesce a sentire i mali del mondo, ma anche le cose belle, le mette insieme con maturità e sensibilità. Mi dice “Tu sei qui , ti preoccupi dell’esame, ti preoccupi di cosa indossare domani. Una ragazza della tua età nello stesso momento, dall’altra parte del mondo ha perso i genitori e viene torturata.” non me lo dice con cattiveria, ma con dolcezza, sorridendo tristemente. “E’ così che va il mondo”.

E allora io lo chiedo a te, giovane attore in cerca del suo ruolo, “qual è la soluzione?

E lui, con semplicità, mi risponde:“Non è così semplice, però ti posso dire di avere in mente una. Il mio sogno fin da  piccolo è progettare una grande casa dove chiunque abbia un problema, dal più piccolo al più grande, venga accolto e semplicemente ascoltato; L’ONU in Medio oriente promuove azioni di dialogo con la popolazione. Ascolta tutti: i sospettati di terrorismo, coloro che hanno compiuto atti di terrorismo. Si cerca di capire, studiando questi casi, queste persone, perché sono arrivate a commettere – o tentare di commettere- atti orribili. Se chiedessi a un aspirante kamikaze perché è arrivato ad esserlo, potresti ricevere risposte che mai avresti immaginato di ricevere; L’ascolto, Perla. La soluzione è l’ascolto.

I suoi occhi grandi guardano fuori. “la prossima è la mia fermata; è stato bello conoscerti” . Capisco che quel dialogo intenso sta per dissolversi ad uno stop del mezzo sotterraneo. Ci sono dentro: il regno della metropolitana, o forse l’intero universo, si è mostrato a me, e attraverso le parole di uno sconosciuto si è palesato, in tutta la sua imprevedibilità, confusione e grandezza. Ma forse manca qualcosa per coronare quel dialogo e quella strana amicizia appena nata. “Ora ti dirò una cosa molto importante.” dice, e si avvicina.

“Il mio pensiero frequente è questo: se ognuno di noi sentisse di poter essere facilmente ascoltato si sentirebbe libero e  rispettato. Di conseguenza, nessuno penserebbe mai di far male ad una società che offre rispetto, dignità e libertà di esprimere e pensare. Se questi dati si elaborano nasce l’amore. Quello che si diffonde grazie a dieci minuti che hai speso per ascoltare il soggetto che ti è davanti e che cerca di raccontarti i suoi sentimenti. Se tutti facessero la stessa cosa, la depressione sparirebbe dalla nostra vita quotidiana.”

Si sistema i capelli e lo zaino sulla spalla.

“Ora devo andare. Grazie della chiacchierata, ma soprattutto… grazie di avermi ascoltato.”

Scende, sparisce, si dilegua nella folla. Da quando l’abbonamento ha fatto beep, nella mia testa sono sorte mille domande, che mi continuo a porre, a cui cerco di rispondere.

Sono arrivata a destinazione. Per uscire dalla metro, mi serve ancora l’abbonamento. La mia mano nella tasca tocca un sottile filo di gomma. Le cuffie. Sorrido: qualche volta essere sbadati è solo una fortuna.

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