HER, breve ripasso sul film che ispira The Lobster

Her-Aware
JOAQUIN PHOENIX as Theodore in the romantic drama "HER," directed by Spike Jonze, a Warner Bros. Pictures release.

A pochi giorni dall’uscita nelle sale di The Lobster, opera sull’amore in un futuro distopico per la regia di Yorgos Lanthimos, torna in auge un altro film, uscito un paio d’anni fa, molto amato, molto premiato e, non da ultimo, citato tra le maggiori fonti di ispirazione del lavoro surreale di Lanthimos: HER. Ve lo ricordate? Approfittiamone per un breve ripasso cinematografico, partendo dalle novità che nel 2014 garantirono proprio a HER un posto d’onore agli Oscar e nei cuori di molti spettatori.

Prima novità: HER è un film ambientato nel futuro ma non ha nulla di fantascientifico.

Seconda novità: il futuro in questione è sereno, confortevole e colorato, molto diverso dai cupi scenari avveniristici cui siamo abituati.

Terza novità: è una storia d’amore.

Voi direte: e questa sarebbe una novità? Ebbene sì, se la passione sboccia, come in questo caso, tra un uomo e… un sistema operativo.

Lui è Theodore Twombly, un uomo solo, sull’orlo del divorzio, introverso ma romantico senza speranza, tant’è che di professione scrive lettere d’amore su commissione. Lei è Samantha, frizzante, socievole, seducente, piena di qualità tutte quante concentrate in una… voce. Già, perchè Samantha non ha un corpo, non ha un volto, è semplicemente un software intuitivo (una specie di Siri molto sviluppato), ultimo ritrovato della tecnologia del nuovo millennio, nato per sottrarre alla solitudine gli uomini e le donne che vivono nella luminosa Los Angeles di domani. Samantha è empatica, ti incoraggia, ti ascolta, parla con te, ti migliora le giornate, trova modi per farti divertire, per farti sentire vivo quando ormai non eri che un automa malinconico. E tu sì, tu puoi innamorarti di lei.

Non è certo stata una sfida facile quella che ha portato Spike Jonze, uno degli autori più visionari del cinema contemporaneo, a vincere l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Si è trattato di spingere la macchina da presa un poco dopo l’oggi ma non troppo, giusto per scorgere le conseguenze di ciò che, forse senza rendercene conto, stiamo già cominciando a vivere. Ogni giorno abbiamo l’occasione di intrecciare relazioni (non necessariamente amorose) con persone che non conosciamo, che non possiamo toccare e che magari neppure vediamo (basti pensare al mondo delle chat). E allora che differenza c’è tra una persona in carne ed ossa di cui sentiamo soltanto la voce e una voce che dietro di sé non ha una persona, ma un computer avanzatissimo? Può esistere un sentimento nato e cresciuto virtualmente, che nutre il suo desiderio fisico soltanto di immaginazione? Questo sentimento può essere chiamato amore?

Jonze ci pone queste domande con delicatezza, grazie anche all’interpretazione di un bravissimo Joaquin Phoenix che sa prestare la sua fragilità al personaggio di Theodore, rendendolo straordinariamente umano. Ma la cosa davvero geniale è che Samantha, la quale altro non è che un programma informatico, risulta umana quanto e più di lui. E allora lo spettatore si ritrova suo malgrado a constatare la paradossale concretezza di questo rapporto virtuale, perché l’amore (non può essere definito altrimenti) tra Samantha e Theodore è amore reale, vero, contraddittorio e incasinato, travolgente e bellissimo, esattamente come quello “tradizionale”. Qual è la morale? Non c’è. Eppure, questo film ha il pregio di farci riflettere sulle opportunità e sulle distorsioni che il futuro potrebbe riservarci, e soprattutto sul significato più profondo di quel sentimento ancora così misterioso e multiforme che è l’amore.

Un capolavoro di originalità da vedere e rivedere. The Lobster saprà essere all’altezza?

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