Hans Hofmann, Orchestral Dominance in Yellow

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Freddo di un giorno di febbraio, qualche anno fa.

Freddo che ancora mi punge le guance attraverso il mio ricordo sbiadito.

Pollock e gli Irascibili a Palazzo Reale.

 

“Fermatevi a non più di un metro dal quadro, chiudete gli occhi, dimenticate dove siete, chi siete. Quando vi sentite pronti riapriteli e prestate attenzione all’essenza di quello che sentite.”

 

Dubbi e domande che sono come al solito fuori luogo.

Mi fido senza nemmeno prendere la decisione di farlo, se mi avesse detto che non bruciava mi sarei buttata nel fuoco.

Mi fido della voce che tante volte mi aveva guardata sbagliare, che tutte le volte aveva scommesso che sarei riuscita a riparare al mio errore.

Ecco, ho fatto così.

Non sono certa di essere stata io a scegliere il quadro, penso piuttosto che lui abbia scelto me.

Cerco di incrociare lo sguardo di un’opera che sia così persuasiva da convincermi a rendermi vulnerabile, così affascinante da stregarmi tanto da farmi abbassare la guardia.

L’ho trovato, mi ha trovata.

Mi fermo, chiudo gli occhi, dimentico che di fianco a me ci sono altre persone, riesco a non pensare.

Sento la musica, i bassi sono blu, il violino il giallo, il pianoforte il verde – ma si sente poco – ci sono le percussioni e i suoni si legano l’un l’altro in perfetta sequenza armonica.

Non mi limito a sentirli, li ascolto.

Nel silenzio del mio non-pensiero si insinuano in punta di piedi, uno alla volta.

Potenti i bassi, squillanti gli archi.

È una melodia che sa di estate, ma se ne percepisce la fine, perché sulla destra si vede una porta oltrepassata la quale c’è l’inverno, il silenzio, il buio.

Sono due facce della stessa medaglia, due facce che testimoniano la medesima cosa.

L’estate e l’inverno.

La melodia e il silenzio.

Che sia arte o musica non importa, importa solo che esista.

E indubbiamente, esiste.

Non conosco l’artista, non ci siamo presentati, non so il titolo dell’opera, non serve.

Vivo dell’essenza di quello che sento, sono parte integrante del quadro, sono le bacchette sospese a mezz’aria del direttore d’orchestra una frazione di secondo dopo la battuta finale.

Ed è tutto lì, denso, vivo.

Immobile vibrazione che si frantuma all’accenno del primo applauso.

Prima di andarmene, senza rendermene conto, sbircio il nome del pittore.

Spero non me ne voglia, credo sia lecito desiderare sapere a chi appartiene l’anima che poco prima avevo toccato.

Che poco prima mi aveva toccata.

 

 

 

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