The Great Run

25 giugno 1998, Madison Square Garden, New York City.

Guardandosi attorno quella sera, nel palazzetto o per le vie della città, era facile scorgere le espressioni di amarezza dipinte sul volto dei tifosi. La loro squadra era stata appena eliminata 4-1 in finale dai San Antonio Spurs. Solo la consapevolezza di aver compiuto una delle più incredibili cavalcate che l’NBA avesse mai visto poteva affievolire quel dolore.

Ma andiamo all’inizio di questa storia.

1 Gennaio 1998.
L’accordo tra i proprietari delle squadre e l’associazione dei giocatori non è stato trovato: scatta il lockout. Il lockout è un temporaneo stop ai lavori dettato dai vertici di una compagnia in caso di disputa lavorativa con i dipendenti. Nei campionati sportivi nordamericani è stato spesso utilizzato come “maniera forte”, non mancano infatti gli esempi: NHL 1994, 2004, 2012, NFL 2011, MLB 1990, NBA 1995, 1996, 1998, 2011.
Fino al 1998 il basket era l’unico major sport a non aver mai saltato una singola partita di campionato a causa di un lockout, tuttavia quell’estate la trattativa sulla spartizione degli introiti aveva rischiato di far saltare l’intera stagione. Solo il 6 gennaio infatti era stato siglato un accordo, ovvero 24 ore prima della deadline imposta dal commissioner David Stern.

Ha inizio così la stagione 1998/1999.

A differenza degli ultimi tempi, i New York Knicks degli anni 90′ erano una squadra che aveva ambizioni da titolo – erano stati spesso protagonisti tra semifinali e finali – ma a cui sembrava mancare il definitivo salto di qualità.
Sfruttando appieno la pausa forzata del campionato la dirigenza piazzò due colpi di livello: il primo Marcus Camby da Toronto, seconda scelta al draft NBA del 1996, All-Rookie 1st Team e miglior stoppatore della lega. Il secondo era Latrell Sprewell, talentuosissima guardia capace di mettere a segno 24.2 punti a partita nel 1996 ma dotata anche di un carattere “particolare”. Nel 1997 aveva cercato di strangolare l’assistente allenatore dei Golden State Warriors P.J Carlesimo durante un allenamento.
Il risultato fu una squalifica di 68 gare che unita al lockout lo aveva tenuto fermo 15 mesi. Una mossa piuttosto azzardata metterlo sotto contratto.
Gli altri protagonisti della squadra erano il 35enne leader Patrick Ewing, Larry Johnson e Allan Houston. Contando sul ritiro di Michael Jordan – anche Pippen se n’era andato – ad est per molti erano loro la squadra da battere.

La stagione però era iniziata con il piede sbagliato, una sconfitta contro Orlando nella opening night si trasformò di fatto nel preludio di una stagione regolare diretta verso il fallimento.
Gli infortuni di Ewing e Sprewell ad inizio annata non permisero a Van Gundy di trovare la continuità di gioco sperata e le tensioni tra lui e la società fecero il resto: a metà stagione il record di New York parlava chiaro, fuori dalla corsa playoff.

Il punto di svolta arrivò con il licenziamento del General Manager Grunfeld. I rapporti tra lui e Van Gundy erano andati deteriorandosi nel tempo, la visione troppo differente di come avrebbe dovuto giocare la squadra e di come gestire Ewing – giocatore franchigia – minava l’equilibrio già precario della rosa.
Proprio questa mossa diede la tranquillità sperata dal coach, i risultati in campo furono immediati e così 6 vittorie nelle ultime 8 gare regalarono l’ottava piazza disponibile per i playoff. L’obiettivo minimo per salvarsi la faccia era stato raggiunto.

Ad aspettarli nella post season ci sono i Miami Heat di Alonzo Mourning: giocatore straordinario, NBA Defensive Player 1998, miglior stoppatore 1998, primo quintetto NBA davanti a pari ruolo del calibro di Shaquille O’Neal e Hakeem “the dream” Holajuwon.
Per gli Heat, arrivati primi ad est, sarebbe dovuta essere solo una formalità affrontare New York.
Inaspettatamente e guidati dal terzetto Houston, Ewing, Sprewell i Knicks prolungano la serie fino alla decisiva gara 5 – allora non erano al meglio delle 7 – in Florida.

In quella sfida le rispettive vittorie delle due squadre erano arrivate tutte in trasferta ma pronosticare una sconfitta di Miami tra le propria mura era impensabile. Ricordo che solo i Denver Nuggets erano riusciti nel 1994 in un upset partendo dall’ottava posizione.

Giusto per aggiungere quel tocco di epico alla storia gara 5 viene decisa solo agli ultimi istanti di gioco. Sotto di 3 punti, ad un minuto circa dal termine, Ewing segna con freddezza i due liberi che portano New York a -1 . Dall’altra parte Miami avrebbe la possibilità di chiudere partita e serie ma si suicida da sola, regalando una sanguinolenta palla persa. Sul ribaltamento di fronte, nel caos della metà campo Heat, Allan Houston trova in qualche modo lo spazio per lasciar partire il suo jumper: 76-77, vittoria storica dei Knicks ed il tiro di Houson che rimarrà impresso a fuoco nella memoria dei tifosi di Miami.

Esaltati dal passaggio i ragazzi di Van Gundy scherzano con gli Atlanta Hawks in semifinale, non fanno prigionieri e con un secco 4-0 si presentano direttamente allo scontro con i Pacers.
Non era più la squadra fragile, insicura, di inizio stagione, lo sguardo negli occhi dei giocatori raccontava tutta un’altra storia.

La serie con Indiana è sicuramente più combattuta rispetto alla precedente, Reggie Miller è una macchina dall’arco e tiene a galla i suoi. Alla fine prevarrà New York che in sei partite passa il turno e ci regala la perla di gara 3: qui, sotto di 3 punti, nell’ultima azione, il protagonista è Larry Johnson con la tripla del pareggio ed il fallo subito. Il libero seguente pesa, quasi come un macigno , ma ancora una volta va dentro, ancora una volta i Knicks vincono.

Se all’inizio dei playoff qualcuno avesse pronosticato una finale per questa
squadra solo un pazzo gli avrebbe creduto. Eppure sono lì a giocarcela.

La serie contro indiana però è costata cara ai Knickebrokers: Ewing e Johnson si sono infortunati, uno è costretto a saltare le Finals contro gli Spurs mentre il secondo non può rendere al massimo. Un duro colpo a cui Van Gundy deve trovare un rimedio visto che i texani hanno nel reparto lunghi il veterano David Robinson, un genio del basket, ed un giovane pescato alla prima scelta nel 1997: Tim Duncan. Non male come front court direte.

Un finale da favola per la cindarella newyorkese sarebbe stata la vittoria forse più inaspettata del gioco ma la sua pazza corsa terminò sul più bello.
4-0 per San Antonio.
Usciti a pezzi dalle finali non bastarono la follia di Sprewell, i tiri di Houston o il cuore della grande mela a sostenerli. Semplicemente quegli Spurs erano troppo.

Nonostante ad oggi non ci siano trofei o anelli, il ricordo di una squadra che sorprese ed emozionò fino alla fine della sua cavalcata è vivo nella città che non dorme mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *