Gioco patologico: azzardo una soluzione

Grafica seducente, colori che appagano il naturale bisogno che i nostri occhi hanno della bellezza.

Luci che lampeggiano a tempo con un motivetto insistente, coinvolgente.

Sibilo di una fiera attraente, maestosa.

Tuttavia, letale.

Dang, parabaradadang, tu tu

Dang, parabaradadang, tu tu

 

Angelina ha settantotto anni e ogni mattina si giura che passerà di fronte al cafè sotto casa senza entrare.

“Oggi no, oggi è il primo giorno della mia nuova vita, l’avevo detto che non avrei giocato più”.

Una volta scesa le scale – borsetta sottobraccio, foulard al collo – comincia a camminare, a tempo.

Dang, parabaradadang, tu tu

Dang parabaradadang, tu tu

Non si accorge nemmeno che la ragazzina dietro il bancone le augura il buongiorno, a dirla tutta non si accorge nemmeno che c’è una ragazzina dietro il bancone.

Si siede, si promette che quella sarebbe stata l’ultima volta, che avrebbe giocato solo qualche monetina.

Dopotutto lei, Angelina, professoressa in pensione, aveva insegnato psicologia per tanti anni ed era perfettamente padrona della situazione, quella sarebbe stata l’ultima volta, avrebbe potuto giurarlo.

Cipiglio sicuro, fare caparbio.

Monetina alla mano.

Passano ore, si fa sera.

Angelina torna a casa – borsetta appesa all’attaccapanni nell’ingresso, foulard riposto nel cassetto di fianco al comodino – ma non c’è nulla per preparare la cena, i soldi della spesa li aveva giocati tutti quel pomeriggio.

Si sveste, si mette a letto, chiude gli occhi.

Dormiveglia, quando…

Dang, parabaradadang, tu tu

Dang, parabaradadang, tu tu

 

È inutile che ci giriamo attorno, il gioco d’azzardo è una malattia.

Una malattia della società che si autoalimenta perché tanti dei soldi che si guadagnano con le tasse imposte sulle slot vengono poi richiesti sotto forma di finanziamenti dai cittadini che si giocano lo stipendio, la pensione, i risparmi.

Un circolo vizioso risultato di una dipendenza studiata ad hoc.

È un caso che Angelina prima di addormentarsi canticchi tra sé il motivetto che accompagna la giocata?

Un caso che i colori non feriscano gli occhi, che la slot più vicina sia sotto casa?

Un caso che i gestori dei locali che decidono di firmare per tenere le slot, se si stancano di vedere gli amici di una vita buttare migliaia di euro e staccano la spina di quelle macchine infernali, vengano multati?

Siamo alle solite, l’interesse di alcuni ricchi e potenti magnati contro la vita di una persona che in questo caso risponde al nome di Angelina ma potrebbe essere chiunque.

Un vicino di casa, vostro padre.

Potreste addirittura essere voi.

È di vita che si parla perché indipendentemente dallo stipendio sperperato si arriva a non riuscire a pensare ad altro, il gioco diventa un’ossessione, si vive a tempo di quel dannato motivetto che non dà pace.

E non credetevi superiori, non pensate di essere immuni, perché la verità è che nessuno lo è.

In potenza siamo tutti giocatori d’azzardo.

 

Angelina ha una figlia, Camilla.

Camilla a sua volta insegna psicologia, cosa che l’ha ben allenata a non limitarsi a guardare, ma ad impegnarsi per vedere.

Fortunatamente si è impegnata tanto da vedere che la madre aveva un problema.

Ne hanno parlato, madre e figlia, e hanno suggellato la promessa di Angelina con un abbraccio forte forte.

È passato un anno.

Ogni tanto il motivetto torna a tormentare Angelina, ma lei ha imparato ad abbassare il volume.

 

Un giocatore patologico non guarisce mai.

Il problema andrebbe risolto eliminando ogni tipo di tentazione, evitando gli sgambetti della sorte che ci fa inciampare nelle slot, nei casinò.

Facile dire “non ti ammalare” dopo che ti sei ammalato, però.

Allora l’unica soluzione è lasciarsi aiutare, fidarsi, parlarne.

Un giocatore patologico è perennemente in astinenza ma, come Angelina, vince davvero quando impara ad abbassare il volume.

 

Dang, parabaradadang, tu tu

Dang, parabaradadang, tu tu

 

 

 

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