Francesco Totti, il peso della Bandiera

Il vento sta smettendo di soffiare su una delle ultime bandiere del nostro calcio, e questa si sta piano piano piegando, amareggiata, sull’asta che per ventiquattro anni l’ha mostrata con gloria e vanto.
il rapporto tra Francesco Totti e la Roma sembra essersi definitivamente incrinato, ed è, probabilmente, giunto al capolinea. Dopo 27 anni, tra settore giovanile e prima squadra, l’Ottavo Re di Roma sembra essere costretto ad abdicare, nel modo più amaro, messo ai margini del suo regno diventato solo un peso, un intralcio.

 
L’addio alla Roma, e con tutta probabilità anche al calcio giocato, di Totti si profila come uno dei più tristi di questi ultimi anni, con dichiarazioni al veleno, interviste ed esclusioni che non rendono giustizia a quanto è stato il Capitano per i Giallorossi.
Siamo sicuri, però, che la colpa di questa frattura, che ormai appare irreparabile, sia da attribuire interamente al tecnico Luciano Spalletti? È stato proprio l’allenatore della Roma il bersaglio di aspre critiche, colpevole di aver escluso Totti, colui che ha rinunciato a soldi e a possibilità di vincere trofei per restare nella squadra del cuore, per vestire quei colori che fin da bambino aveva sostenuto e amato.

 
Tuttavia è impossibile non pensare che la frattura, apertasi in questi giorni, tra il numero 10 romanista e l’allenatore sia una diretta conseguenza della volontà dello stesso Totti di proseguire la sua carriera da calciatore senza curarsi dell’età che inevitabilmente, raggiunti i Quarant’anni, inizia a farsi sentire. Francesco Totti ha superato, giocando, la soglia dei 35 anni, un momento chiave nella vita di un calciatore, ritenuto da molti il momento ideale per appendere gli scarpini al chiodo, senza rischiare di scivolare lungo la fase discendente della parabola della carriera di un giocatore di movimento, rischiando di rovinare quanto fatto fino a quel momento.

 
Il campione che si ritira all’apice della propria carriera, o poco dopo, è un classico del mondo dello sport, e nel calcio gli esempi abbondano, da Paolo Maldini, che abbandonò i campi due anni dopo aver conquistato la sua quinta Champions League a Javier Zanetti, ritiratosi lo scorso Maggio, dopo ad aver vinto tutto con la sua Inter.
Francesco Totti sta invece vivendo qualcosa di diverso, ha già superato da tempo il momento migliore della sua carriera, e già da qualche anno ha iniziato ad assaporare, sempre più spesso, il sapore della panchina, costretto ad osservare i propri compagni da bordo campo, non facendo, tuttavia, mai menzione a un possibile ritiro. Questo voler protrarre la propria attività calcistica di Totti è un’arma a doppio taglio: da un lato è una via diretta per entrare nella storia, avendo la possibilità di far registrare nuovi primati, tra cui il record di marcatore più anziano della Champions League. Tuttavia il rischio di una carriera molto lunga è quello di finire per rovinare con gli ultimi anni di attività i ricordi, le immagini e quanto fatto nei momenti migliori della sua vita calcistica.

 
È in parte questo quello che sta succedendo in questi ultimi giorni e che è culminato con la clamorosa esclusione di Totti dalla lista dei convocati che ha animato i dibattiti sportivi da Sabato scorso. La frattura tra Spalletti e Totti era latente già da molto tempo, fin dalla prima esperienza romanista del tecnico toscano, ma in breve tempo si è definitivamente aperta, con il Capitano che ha chiesto maggiore rispetto dal punto di vista umano e sportivo e l’allenatore che ha risposto che il rispetto deve essere dato a tutta la squadra, mettendo sullo stesso piano Totti e il resto dell’organico.
Tuttavia Totti non è come il resto della rosa, non lo è ora e non lo potrà mai essere, e proprio per questo motivo quello che sta avvenendo in questi giorni fa ancora più rumore.

 
Totti è stato per la Roma qualcosa che nessun altro potrà essere, il Capitano e i colori Giallorossi sono tenuti insieme da un legame fortissimo, paragonabile a quello che ha unito Maldini al Milan, due ragazzi diventati capitani e bandiere del club per cui hanno sempre tifato. Ed è forse proprio l’essere bandiera che crea difficoltà, che genera un’incapacità di separarsi da ciò che ha ti ha permesso di entrare nella storia, da ciò che ha reso il tuo nome indimenticabile, non permettendoti di cogliere il momento giusto per separarsi dal mondo in cui si è vissuto fino a quel momento. È una decisione dolorosa e difficile, soprattuto per chi è diventato simbolo della propria squadra, ma che lo diventa ancora di più ogni volta che essa è rimandata nel tempo.

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