Ex Machina: il sentiero di carne e acciaio

Androidi. Chi non ne ha mai sentito parlare? Letteratura, cinema e immaginazione collettiva rigurgitano questi soggetti di continuo, in diversi contesti, dotandoli di varie caratteristiche: con o senza intelligenza, forma umana o meno, logica delle macchine o coscienza e così via.

I parti che ne derivano, brillanti o scadenti che siano, sono da annoverare nel filone fantascientifico dei vari ambiti, capace di ispirare, impaurire o più comunemente di far ridere, spesso non volutamente. Si vogliono qui riportare alcuni esempi.

È il 1982 quando Blade Runner di Ridley Scott approda in sala, collezionando apprezzamenti e critiche, portando il genere noir a miscelarsi con l’ambientazione retrofuturista in una trama profonda, con un copione ben definito e citazioni che respirano ancora, tramite il delinearsi di un futuro in cui le macchine hanno corpo e mente umani, ma destinati a una breve vita di schiavitù e morte, sotto un cielo che sputa pioggia senza interruzione.

In vari prodotti mediali, l’immaginazione rende gli androidi capaci di pensare generalmente in due modi: come esseri umani o secondo rigorosa e fredda logica. Al primo caso si rimanda l’esempio di Blade Runner e quello di un altro film: Cloud Atlas (2012)

Il secondo caso comprende film come Matrix o Terminator, saghe intramontabili in cui il rapporto tra uomo e androide non va dall’alto al basso, ma si snoda in lunghi sentieri di sangue e acciaio. In sintesi materia grigia contro circuiti. Le caratteristiche variano sempre, da libro a libro, da film a film. I pezzi che non stentano sono poche gocce nell’oceanico panorama fantascientifico, tra questi si distingue Humandroid (recensito qui su Aware) perchè il robot in questione è un prototipo, quindi dotato di caratteristiche e linee di pensiero inedite. Su questa linea si colloca Ex Machina di Alex Garland.

La notte degli Oscar è ormai passata, i social non sono più invasi da tweet, delusioni, DiCaprio con l’orso che applaude e qualche accenno ai Razzie, e chi è rimasto più sorpreso ha speso parte del suo tempo a esaminare alcuni dei vincitori meno quotati. Ex Machina, debutto di Garland come regista, ha collezionato una nomination a Miglior Sceneggiatura e una statuetta per i Migliori Effetti Speciali. Quest’ultima è passata tra le mani di celebri registi per pellicole che hanno scandito la storia del cinema: i primi tre Star Wars (nessuno dei nuovi), gli Indiana Jones, Pirati dei Caraibi-La maledizione del forziere fantasma, Il Gladiatore e via dicendo.

È meglio impostare una panoramica di Ex Machina. Gli effetti speciali sono senza dubbio tra i migliori: in quanto efficaci senza il bisogno di rappresentare pianeti che esplodono o il kraken che divora il povero Johnny, e anche in grado di trasmettere in alcune scene, grazie a un’appropriata colonna sonora, un forte senso di inquietudine, presentando i fatti sotto diverse prospettive nel corso del loro svolgimento.

Inoltre la sceneggiatura vanta originalità, pur trattando di androidi.

Siamo in un futuro prossimo in cui esiste un unico motore di ricerca chiamato BlueBook. Il suo fondatore, Nathan Bateman (Oscar Isaac), ha invitato uno dei migliori programmatori a passare una settimana nel suo laboratorio personale situato in un’enorme terreno solcato da foreste, in modo che quest’ultimo, Caleb (Domhnall Gleeson), possa valutare la nuova creatura del datore di lavoro.
Inutile dirlo ma si tratta di un androide, il progetto Ava, una neonata macchina, efficacemente interpretata da Alicia Vikander, rinchiusa nel centro di ricerca. Compito di Caleb è svolgere un test di Turing. Per chi non lo sapesse, questo esame vede un soggetto A e un soggetto B, uniti solo da una comunicazione senza componente visiva o sonora; il compito di A è arrivare a capire tramite domande mirate se B è una persona o un computer. Questa è solo una versione semplificata. La differenza dal test tradizionale sta nel fatto che Caleb è già conscio di avere davanti una macchina, deve semplicemente giudicare se essa possiede capacità di pensiero pari a quelle di umano.

Questi sono i primi venti minuti del vincitore dell’Oscar per i Migliori effetti speciali 2016. Nei successivi si vedranno i colpi di scena che valorizzano l’intero intreccio, indubbiamente in grado di competere ma anche di distinguersi nel vastissimo panorama fantascientifico, letterario e cinematografico, in cui il personaggio dell’androide, che sia la macchina assassina di Terminator o l’ultra-petulante C3PO di Star Wars, è onnipresente, ai limiti della sopportazione.

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