Elisa, Vanessa e Cecilia di Aware a Biella per Cartier-Bresson

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La fotografia non cattura solo un momento di vita rendendolo eterno, riesce anche a trasformare sguardi, espressioni e stati d’animo come testimonianze dirette e incorruttibili, capaci di innalzarsi di fronte allo scorrere del tempo.

Almeno questo è quello che a distanza di tempo mi ha insegnato Cartier-Bresson, grazie alla mostra inaugurata a Biella, dal 20 marzo al 15 maggio, resa possibile dalla collezione della fondazione Pierre Giannada.

I lavori del fotografo francese sono raggruppabili in due sezioni: le pellicole che raccontano dei suoi viaggi e quelle che ritraggono i volti di personaggi importanti, artisti che lo stesso fotografo ha avuto il piacere e la fortuna di incontrare. Posando gli occhi in quelli di Picasso, di Matisse o addirittura di Edith Piaf, mi sono ritrovata per un attimo lì con loro, come se fossi tornata indietro nel tempo, in quel giardino dove Matisse stava curando i suoi fiori in tutta tranquillità; quasi come a non accorgersi della lente fotografica di Bresson a spiarlo. Prima con Max Ernst e poi con Stravinskij nel suo studio, a prenderci un caffè. Io come una bambina affascinata dai suoi racconti su come creare un pezzo di quella musica sublime che solo lui è in grado di produrre e lui, dal canto suo, completamente rilassato con il suo grosso gatto nero appollaiato sulla spalla. Una perfetta situazione casalinga, senza imbarazzo.

E ne potrei raccontare altre ancora di immagini silenziose che documentano frammenti di intimità, di personaggi che ancora oggi siamo troppo abituati ad immaginarci costantemente sotto i riflettori, quasi come se dovessero perdere per forza la propria sfera intima a causa della loro professione.

Che invidia pensare ad Henri C.Bresson che veniva accolto nelle case di queste grandi personalità, che si aprivano a lui e gli concedevano il privilegio di toccare con mano quegli attimi di originale purezza che ognuno condivide tra le mura di casa propria, lontano dai flash dei paparazzi e da occhi indiscreti.

Perché diciamocelo pure chiaramente: sono quelle stesse figure, che ha ritratto Bresson, delle opere d’arte. Il loro lavoro non è altro che espressione di una certa energia intima che emerge in superficie, fino a prendere forma e a concretizzarsi in una tela, una sinfonia musicale o qualcos’altro di creativo che richiede comunque una certa sensibilità per comprenderlo.

In questo senso ho vissuto questa mostra come una “vetrina” di tante foto-ricordo messe in fila, per richiamarmi alla memoria dei grandi personaggi che hanno dato un contributo non indifferente al mondo di oggi e ai quali ancora la realtà ne è debitrice.

Elisa Zampini

 

Ho visto un uomo presentarsi con la propria ombra.

L’immagine è un campo, grigio ai miei occhi, delimitato da una fila di esili alberi sulla sinistra. Le loro ombre unendosi si spostano verso destra e si arrestano poco prima di catturare sotto la propria ala quello che, ai miei occhi, sembra essere un umano.

E’ proprio un’ ombra che definisce un corpo. Irrompe sulla scena una fisicità che rimane nascosta poiché rappresenta più che un uomo, un essere vivente.

Umano e non-umano sono così simili in questa scala di grigi. Talmente privi di confine, che quasi non sono più certa che sia umana la natura di Henri Cartier-Bresson nel suo autoritratto.

Una presentazione particolare questa. Audace. Quasi volesse mettere a nudo il lato che stenta a definirsi nell’oscurità. Come se la luce potesse rivelarlo lasciandolo in ombra. Una presentazione di una parte che solitamente include il non riconosciuto di sé. Tutte le emozioni, le esperienze, le sensazioni che subiscono quel processo di rimozione nella nostra mente per confluire poi in quella figura, che non è altro che il riflesso di noi. Davvero non è altro che questo? E precisamente di quale “noi” stiamo parlando?

Il percorso della mostra “Henri Cartier-Bresson. Collezione Sam, Lilette e Sèbastien Szfran. La Fondazione Pierre Gianadda a Biella.” inizia con questo autoritratto. Un’esortazione a renderci curiosi verso ciò che la luce rende visibile indirettamente.

In quelle fotografie di istanti di vita imprigionati da Cartier-Bresson non si rimane soltanto ad osservare, ma si entra in scena magicamente.

E mi sembrerà di aver sceso realmente quella scala deserta in una Barcellona degli anni Trenta ombra di se stessa.

E mi sembrerà di aver aiutato realmente quell’uomo a trasportare le statue in seguito all’incendio del suo negozio.

E mi sembrerà di essere stata stesa realmente in quel prato che alla luce del sole potrebbe essere stato verde, con quelle lapidi così prossime. Ascoltando le voci di quei ragazzi intenti a divertirsi proprio così vicino al luogo più oscuro della vita.

Immagini che inevitabilmente aumentano il nostro immaginario, che con il loro non detto ci lasciano la facoltà di scrivere quei dialoghi ascoltati dal fotografo nel momento in cui stava rubando al tempo il suo corso.

Quando la sua ombra aveva ancora la possibilità di presentarsi al mondo.

Vanessa Marchegiani

 

Henri Cartier-Bresson entrava nel vissuto quotidiano come amico e ne usciva come fotografo.

Questo è quello che ho pensato quando ho visto gli scatti degli incontri artistici che ritraggono Matisse mentre medita nel suo studio e Picasso mentre si veste nella sua camera da letto.

Queste foto, in un corpus di 150 stampe originali in bianco e nero ai sali d’argento, sono esposte dal 20 Marzo al 15 Maggio 2016 negli spazi di Palazzo Gromo Losa a Biella, antico palazzo risalente al Medioevo, recentemente ristrutturato a fini culturali e sociali.

Un gesto d’affetto, o meglio di riconoscenza, si nasconde dietro ad ogni pellicola, disponendo in uno stesso fil rouge uno scatto dopo l’altro, fino a creare una semantica della gratitudine.

Le fotografie – tratte dalla Collezione Sam, Lilette e Sébastian Szafran, di proprietà della fondazione Pierre Gianadda, con sede in Svizzera – erano originariamente dei doni con cui Henri Cartier-Bresson ringraziava il suo amico Sam Szafran per le lezioni di disegno che gli venivano date.

I due, amici per più di trent’anni, si erano incontrati a Parigi e in un do ut des artistico, scambiavano disegno e fotografia e viceversa.

Questo spiega perché ogni scatto sia provvisto, in basso o sul retro, di una dedica, o di un gioco di parole, così da attestarne l’unicità e il valore umano.

Leonard Gianadda, proprietario della fondazione e amico di entrambi gli artisti, a cui sono state consegnate le foto dopo la morte di Cartier-Bresson, ricorda tra le dediche quelle a Sébastian, figlio di Sam che soffriva di handicap.

La mostra, che ricopre un arco di tempo piuttosto ampio, dal 1931 al 1994, è divisa in due sezioni: gli incontri artistici, di cui ho parlato prima che oltre a pittori del calibro di Matisse e Picasso, immortalano Edith Piaf, Stravinski, Charles De Gaulle, Alberto Giacometti, Francis Bacon e ancora molti altri; e i viaggi tra gli Stati Uniti, in Europa, in India e in molti altri paesi dove le dinamiche di luce e ombra richiamano presenze e assenze.

Ciò che colpisce di Henri-Cartier Bresson è la sua capacità di isolare un momento della vita di tutti i giorni, ma senza renderlo per questo statico.

Riesce a cogliere lo sguardo interrogativo di Calder o l’espressione benevola della madre di Giacometti, rubando qualcosa senza rubarla davvero.

Un prendere ma al tempo stesso un restituire, che in fondo è il segreto dell’arte fotografica.

Cecilia Angeli

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Derrière la gare Saint-Lazare, Paris, 1932.

© Henri Cartier-Bresson, Fondation Pierre Gianadda-Coll. Sam Szafran

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Foto: Henri Cartier-Bresson fotografa Léonard Gianadda, Martigny, 2 settembre 1994 © Monique Jacot, Fondation Pierre Gianadda

 

 

 

 

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