Elephant Song, quello che rimane dell’infanzia

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TORONTO, ON - SEPTEMBER 10: Xavier Dolan, Canadian director of Cannes prize-winner MOMMY and star of ELEPHANT SONG, both at TIFF. 2014 Toronto International Film Festival Portraits - Day 7 (Richard Lautens/Toronto Star via Getty Images)

Siete nella mente di un paziente di un ospedale psichiatrico.

Lui sa esattamente per quale motivo si trova lì, sa cosa ha fatto, sa cosa è scritto nella sua cartellina.

Girate dentro la sua testa, trovate la sua colpa e vi sembra a tratti disumana; ma poi ecco che scorgete qualcos’altro, eccola, è lì: è l’angoscia di un bambino.

Elephant Song, diretto da Charles Binamé è quel genere di thriller che non ti invita solo a scoprire la soluzione, oscillando tra una previsione e l’altra, ma ti sospinge all’interno di un groviglio di pensieri che più si infittisce più disperde il confine tra malattia e sanità mentale.

Michael, interpretato da un impeccabile Xavier Dolan, si trova come paziente in una clinica psichiatrica e sembra avere delle informazioni sulla scomparsa del suo psicologo.

Interpellato e, al tempo stesso, ascoltato dal dottor Green (Bruce Greenwood) dà inizio ad un gioco mentale che si concretizza in una caccia al tesoro dove ogni tassello è elemento fondamentale all’interno di una trama con un solo ed unico epilogo.

Menzogna e verità si amalgamano, i limiti netti e categorici che l’uomo è solito costruirsi si confondono generando solo molteplici sfumature da utilizzare come chiavi di lettura.

Lo spettatore è costretto a capire, ma poi a rifiutare tutto ciò che aveva appreso fino a quel momento, perché la mente di Michael è imprevedibile: concentrata in un ricordo, ma tesa verso un piano in potenza.

La memoria del passato e l’attesa del futuro si misurano in una stanza claustrofobica ma al tempo stesso intima, dove due persone si promettono fiducia reciproca, cercando di lasciare fuori, solo per l’arco di una giornata, la propria vita.

Si instaura un rapporto alla pari, dove giudizi ed etichette non contano nulla.

Alla logica serrata e investigativa che il dottor Green deve mantenere subentra una logica emotiva, termine che di per sé può sembrare un paradosso, ma utile per esemplificare una dualità contraddittoria con cui entrambi i personaggi devono fare i conti.

Michael non è l’unico a nascondere i fantasmi del passato; il dottore che, in una visione vagamente manichea, dovrebbe rappresentare la rettitudine, è a suo modo tormentato da scheletri che gli impediscono un presente in cui è normale trascorrere le vacanze natalizie con la propria famiglia.

Quindi, come in possesso di una palla infuocata, i due giocatori se la lanciano reciprocamente per arrivare in fondo alla verità.

Ma in quel fondo non c’è nessuna verità.

<<Siamo così concentrati su quello che le persone ci vogliono far credere che dimentichiamo di considerare quello che sta avvenendo sotto agli occhi>> sembra ricordarci questo film.

È la nostra fragilità di esseri umani.

E l’essere umano è tanto più fragile quando non amato, quando conosce la violenza fin dalla tenera età e disincantato apprende il linguaggio dei rapporti spezzati.

Rimane solo una canzone:  Un éléphant, ça trompe, ça trompe / Un éléphant, ça trompe énormément ..”

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