Me, Earl and the Dying Girl: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il cinema indipendente

Prima di iniziare a parlare di Me, Earl and the Dying Girl (Quel Fantastico Peggior Anno della mia Vita nella, ancora una volta, pessima traduzione all’italiana) dobbiamo mettere in chiaro un paio di cose:

 

  1. I Sundance movies  NON sono il male assoluto, sempre che esistano e che questo nome non sia altro che una etichetta facile da addossare adatta a chi non ha voglia di giudicare con un minimo di oggettività un film ma preferisce sparare sentenze veloci da mille like a botta. Solo perché Juno (che, tra l’altro, col Sundance non c’entra proprio niente) non vi è piaciuto non significa che dovete sentirvi in diritto di cestinare come merda pretenziosa ogni film più o meno indipendente che vi passa sotto il naso, piccoli hipster nevrotici.
  2. Da quello che so non c’è in palio nessun premio per chi chiama Sundance movie (in tono sarcastico e vagamente passivo-aggressivo) un film più velocemente. Non basta vedere attori sconosciuti e una fotografia vagamente curata per scattare dalla sedia e urlare al disastro. Sedetevi, guardatevi tutto il film e poi ne riparliamo.

 

(Chi ha capito di cosa sto parlando può tranquillamente saltare questa parentesi, se invece siete tra quelli a cui le parole Sundance movies e Sundance Film Festival ricordano più che altro una sottomarca di gelati industriali non preoccupatevi, spiegone tattico in 3      2      1:  a Park City nello Utah ogni anno si tiene quello che, a detta di molti, è il principale festival cinematografico indipendente internazionale: il Sundance Film Festival , appunto. Dato che, nel corso degli anni, si è delineato un determinato stile nei film che vengono presentati a questa manifestazione si è cominciato a parlare di Sundance movies. Un nome che ha finito per ridursi a una montagna di giudizi preconfezionati, belli pronti per commenti infuocati sotto qualche post di Facebook o recensioni. Generalmente vengono chiamati così film, tipo Juno o Little Miss Sunshine, con budget non hollywoodiani, attori e registi poco conosciuti, sceneggiature che oscillano tra il comico e il drammatico un po’ particolari e un livello tecnico/artistico abbastanza alto ma che, in alcuni casi, risultano forzati e un po’ troppo pretenziosi. Insomma, si è venuta a creare una specie di caccia alle streghe)

 

Ora che che abbiamo fatto tabula rasa possiamo cominciare a parlare del film.

Me, Earl and the Dying Girl parla principalmente di due cose: quanto le relazione sociali per un liceale qualsiasi siano un incubo da cui speri di uscire al più presto e di quanto la creatività sia, per alcuni, una delle poche vie di fuga da quella folle fase della vita.

Ah già, parla anche del cancro. Ma a quello ci arriviamo dopo.

 

Il racconto coincide con l’ultimo anno di liceo durante il quale Greg, amante di vecchi film, stramboide e protagonista, cerca in tutti i modi di evitare qualsiasi relazione con i suoi coetanei creando una sorta di finta familiarità basata su continue piccole interazioni senza significato. Salutato da tutti ma amico di nessuno. Tranne che di Earl con il quale gira da anni remake di film famosi di cui modifica i titoli creando giochi di parole molto simpatici che nell’economia del film fungono sia da serie di gag davvero divertenti che da citazioni. Una madre apprensiva al limite dell’omicidio preterintenzionale con relativo speciale a Pomeriggio 5 e un padre che lo introduce a stranezze varie (cibi esotici e vecchi film in primis) contribuiscono a creare un quadretto davvero carino. Tutti questi personaggi sono però abbozzati o poco più, ma penso sia una cosa voluta per enfatizzare la figura di Greg che dunque risucchia l’attenzione. E’ praticamente impossibile non empatizzare con lui o almeno esserne incuriositi, forse perchè quasi tutti scoprono i propri istinti cinefili al liceo o perché qualche problemino a relazionarsi ce l’abbiamo avuto praticamente tutti in quel periodo o semplicemente perché Thomas Mann, l’attore che lo interpreta, ha reso il personaggio veramente credibile per tutto il film.

 

A questo punto ci viene presentata Rachel e, come vi avevo anticipato, si aggiunge all’equazione il cancro. Per essere precisi Leucemia. Rachel, che fa parte di quella schiera di finte relazioni di Greg, è l’elemento che fa traballare l’equilibrio presentato precedentemente ed è interpretata da Olivia Cooke. Greg, costretto dalla madre, comincia a frequentare Rachel dopo che le viene diagnosticata la malattia fino a instaurare con lei un rapporto che durante il film si trasforma lentamente. Un rapporto poco interessante di per sé ma che dà la possibilità al film di scavare nella personalità di Greg sempre di più fino ad arrivare a vederlo per quello che è e non il personaggio che si è creato. Da qui in poi il film porta avanti gli stessi concetti fino a culminare in un finale che da una parte riesce a trasmettere la dolcezza e la creatività sia di Greg che di Rachel ma dall’altra risulta decisamente telefonato, cosa che, più o meno implicitamente, il film ammette e che usando un escamotage particolare cerca di correggere malamente. Di più non posso dirvi senza entrare nella temutissima zona spoiler, scusate.

 

*SPOILER*  

Diciamoci la verità, quella specie di promessa all’inizio sapeva veramente troppo di cazzata. Era ovvio che la ragazza non ce l’avrebbe fatta dato che è una costante dei personaggi col cancro in film o serie tv. Questo trucchetto risulta però abbastanza creativo da non costringere a sospirare alzando gli occhi tranne che alla fine ma tanto ero troppo occupato a emozionarmi per il filmino di Greg per darci un peso particolare.

*FINE SPOILER*

 

La regia di Alfonso Gomez-Rejon è pulita e segue la sceneggiatura senza sbavature e senza dare mai l’impressione di prevaricare ma costruendo una narrazione visiva che si sposa benissimo col resto del film. Il temuto effetto del Sundance di una regia eccessivamente artistica e invadente non è arrivato, che strano. La fotografia rimane nella media senza sbagliare ma neanche entusiasmare. Un comparto tecnico quindi di ottimo livello che unito a un buon livello di recitazione rende il film davvero godibile.

 

Me, Earl and the Dying Girl è un film fortemente introspettivo, dolce e pieno di citazioni a grandi film. A tratti divertente e a tratti drammatico è in grado di intrattenere qualsiasi spettatore senza annoiare e senza dare l’impressione di forzare sia la parte drammatica che la parte comica della storia che racconta. I personaggi secondari reggono bene, sia per come sono stati scritti sia per le buone qualità degli attori, anche se a volte vengono messi in secondo piano per dare più spazio ai due protagonisti che sono l’anima pulsante del film e che lo elevano da banale storiella adolescenziale a film più maturo e coinvolgente.

 

E’ un film che mi ha colpito e che spero colpirà anche voi. Non è necessario dire altro.

 

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