Due parole su Cognetti, anzi no, su Wallace

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L’altro giorno in libreria mi sono imbattuta in un libro di qualche anno fa, “Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti, autore italiano giovane e, ultimamente, piuttosto celebrato. L’ho comprato. Da scettica divoratrice di letteratura straniera, mi sono detta: vediamo un po’ che cosa combinano questi nuovi narratori italiani (che il libro in questione fosse stato ai suoi tempi finalista dello Strega l’ho scoperto più tardi, chiedo venia).

Insomma, l’ho letto. Mi è piaciuto. Cognetti è innegabilmente bravo a costruire le storie come giochi a incastro di punti di vista alternati, oscillando da un personaggio all’altro come si trattasse dei colori di una tavolozza. Il perno narrativo, una sorta di punto di fuga verso cui convergono tutte le linee del racconto, coincide con una ragazza problematica, figlia della piccola e ingrigita borghesia lombarda anni 70/80, che rigetta con violenza tutte le quotidiane, rassicuranti meschinità alle quali i genitori sono disperatamente attaccati.

La seguiamo dall’infanzia all’adolescenza in tanti episodi separati l’uno dall’altro ma tutti legati, che ci fanno rimbalzare dal passato al presente in una sequela di flashback in cui Sofia è talora protagonista, talora personaggio di sfondo.

Colpisce la capacità dell’autore di scavare nella psicologia femminile, facendo emergere le nevrosi e le fobie che sono poi quelle di ognuno di noi, uomo o donna non conta. Adulti, bambini, ragazzi, tutti con la loro dose di traumi da superare o in cui rimanere imbrigliati, con il loro carico di errori, fallimenti, rimorsi e rimpianti, appesantiti, in una parola, dalla vita.

Sullo sfondo scorrono i fotogrammi della città, che a volte è Milano (“la morsa nello stomaco” a cui ci si accorge di volere bene), a volte Roma (patria di sogno per “le attrici”) e alla fine è New York, vitale e malinconica, luogo di transito di quelle anime perdute che ancora sperano di ritrovarsi.

Forse, è proprio l’amore sincero per l’America e la sua letteratura postmoderna, che si nasconde sottotraccia, ad aver spinto Cognetti a compiere un passo falso.

Il passo falso di Cognetti nasce nel 1962 proprio in una cittadina USA a 400 km da New York e si chiama David Foster Wallace. La somiglianza tra i due autori è impressionante. Le frustrazioni della provincia depressa, le manie e i tic della modernità, i piccoli grandi drammi che corrodono le persone da dentro, la banalità del dolore, il disagio emotivo di chi cresce e di chi non è mai cresciuto, l’indagine psicologica (o, spesso, psichiatrica) dei personaggi che potrebbero essere il vicino di casa, il compagno di scuola, il collega di lavoro, mio fratello, tua cugina; la struttura episodica, la scansione incalzante delle vicende; il linguaggio piano, realistico, che evoca il parlato senza mai scadervi, e qualche illuminante picco di poesia letteraria.

Leggete “La ragazza dai capelli strani”, la raccolta di racconti che è il capolavoro assoluto di Wallace e il manifesto della sua scrittura, vi accorgerete dei tratti comuni. E temo che la lotta tra scrittori non si concluderà in parità. Uno dei due è venuto prima, uno dei due aveva più talento. Purtroppo, non è Cognetti.

3 Commenti

  • Lalo Cura scrive:

    Definire la raccolta “la ragazza dai capelli strani” il capolavoro di Wallace mi pare un po’ un azzardo. Poi recensire qualunque cosa sotto “scimmia” da DFW è fortemente sconsigliato

  • PAOLO COGNETTI scrive:

    Ciao Giulia,
    grazie per l’attenzione al mio lavoro.
    Tradizionalmente la narrativa americana contemporanea (diciamo dagli anni ’60 a oggi) si considera in tensione tra due scuole, quella realistica (diciamo Carver per fare un nome che conoscono tutti) e quella postmoderna (da Barth e Barthelme fino appunto ai suoi ultimi campioni, Saunders e Wallace appunto). Io mi sono sempre sentito, e sono sempre stato considerato da lettori e critica come uno scrittore vicino alla prima scuola. Il paragone con Wallace mi suona del tutto nuovo e, benché mi lusinghi, non lo sento adatto a me.
    “Linguaggio piano, realistico” è una definizione che forse si adatta a me ma non a lui. Così come la “provincia” si adatta a lui ma non a me (le mie storie sono ambientate in grandi città). Poi come faceva notare Lalo Cura è un po’ ingeneroso dire che “La ragazza dai capelli strani”, raccolta di racconti scritti al college, sia il capolavoro di Wallace: dopo ci sono stati altri vent’anni di scrittura e almeno un romanzo, “Infinite jest”, è considerato un po’ da tutti il suo lavoro più rappresentativo.
    Non capisco bene cosa c’entri New York: da suo lettore, considero Wallace uno degli scrittori meno newyorkesi della letteratura americana. Non ha mai ambientato una storia lì, il suo paesaggio ideale è anzi quello del midwest e certo non volevo citare lui col mio racconto newyorkese (altri scrittori sì).
    Termino proteste e lamentele chiedendoti cosa deve fare un uomo, a 37 anni e dopo sette libri, per smettere di essere considerato un giovane scrittore, ovvero implicitamente un autore immaturo, una promessa, una potenzialità. Con Sofia credo di aver fatto il mio meglio e mi piacerebbe che fosse considerato, anche stroncandolo, il libro di uno scrittore, punto (del resto a quell’età Flaubert scriveva “Madame Bovary”, Fitzgerald “Il grande Gatsby”: e nessuno li considera libri di giovani scrittori).
    Il fatto che Wallace sia venuto prima, in letteratura non ha nessuna importanza. Che avesse molto più talento di me lo ammetto invece senza alcun problema: anche solo il fatto che qualcuno abbia pensato a questo paragone mi onora.

    • Giulia Guerra scrive:

      Ciao Paolo, grazie per aver replicato in maniera così puntuale alle mie considerazioni. In genere, quando scrivo articoli di commento ai libri che mi sono capitati fra le mani, l’opinione che esprimo è fondata, innanzitutto, su suggestioni. Suggestioni che sono inevitabilmente soggettive e, come tali, parziali, limitate. Proprio per questo, ben vengano le obiezioni, tanto più significative se a muoverle sono gli scrittori.
      Nell’articolo ho parlato della “mia” Sofia, per come l’ho letta e vissuta io, nella mia personalissima prospettiva, sicuramente diversa dalla tua e da quella di molti altri lettori, anche ben più competenti di me. Eppure, quella Sofia a me ha parlato di frustrazione e di marginalità provinciale (anche le grandi città possono sorprendersi a essere provinciali, quando si parla di persone e della loro mentalità), e lo ha fatto evocando, pur con le dovute distinzioni, la voce di Wallace. Forse sono l’unica ad averla sentita, quella voce, ma l’ho sentita. E l’ho scritto.
      “Infinite jest” lo conosco, ma non l’ho letto. Lo farò. Se non altro, per poter essere meno ingenerosa.
      Quanto ai “giovani scrittori di 37 anni”, sono d’accordo. Tuttavia in Italia, oggi, le categorie (distorte, probabilmente) sono queste e a 37 anni, purtroppo, si è giovani.
      Chiudo con un’idea piccola piccola, e cioè che i lettori a volte leggono nei libri cose che non corrispondono alle intenzioni dello scrittore. Ci trovano impressioni nuove, significati inaspettati, sensazioni imprevedibili. Non è detto che siano giuste, ma penso che proprio in queste divergenze interpretative stia il fascino della letteratura. Dunque, se le mie parole, condivisibili o meno, hanno potuto suscitare non dico una riflessione, ma almeno una curiosità, il mio obiettivo è raggiunto.
      Sono contenta che tu abbia voluto confrontarti con me.

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