Dublino

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È la prima volta che provo a scrivere di un viaggio.

È anche la prima volta che sono a tu per tu con una pagina bianca, quest’anno.

Cursore nero che lampeggia, insolente.

Aria di sfida.

Non so quale sia il modo migliore, in verità non so proprio se ci sia un modo giusto, ma sono certa di non volere raccontare dei luoghi incantevoli che ho visitato, di quelli ci sono già esaustive descrizioni, senza dubbio migliori di qualsiasi cosa potrei provare a scrivere io.

Credo che l’idea di viaggio non si possa ridurre solo ad un irrefrenabile impulso di vedere, toccare o visitare.

Viaggio sono percezioni, sensazioni, respiri affannati tesi a spingere giù nei polmoni più aria possibile, aria dall’aroma talmente delizioso che sprecarne anche un solo, singolo secondo sarebbe un sacrilegio, un peccato mortale.

Viaggio è costante stato di meraviglia e agitazione, è una calda atmosfera fatta di persone e colori che non vogliono più andarsene da sotto la pelle di chi vi si immerge.

Rosso, verde, blu.

Pietra, legno, mare.

Storie che intrecciano le loro dita con le mie, a  Dublino.

Poco prima di partire, ero seduta di fronte ad una signora che singhiozzava guardando lo schermo del cellulare.

Dolore discreto, occhi trasparenti e lacrime copiose, spero si sia accorta che le accarezzavo una mano con lo sguardo.

Una volta atterrata un ragazzo brillo si è acceso una sigaretta ancora all’interno dell’aeroporto, appena prima di presentare i documenti.

Polizia, manette, ero certa lo avrebbero portato via quando uno dei poliziotti ha fermato un taxi e ha aiutato il ragazzo a salire.

Ero arrivata da meno di dieci minuti e Dublino mi aveva già colta di sorpresa.

Grafton Street, artisti di strada.

Chitarra e microfono, conosco la canzone, la mia voce si fonde con quella di altri che grazie al cielo sanno cantare molto meglio di me.

Non li rivedrò mai più eppure ho ancora negli occhi un nasino arricciato, una ruga di espressione, un piede che batte il tempo.

Non li rivedrò mai più eppure li ho sentiti così vicini.

Poi, cinque ragazzi e un tappeto a quadri, accento marcato e talento indiscusso.

Dublino mi corteggiava senza sapere che ero già sua.

Prato verde brillante, morbido alla vista, sul quale vegliava un cartello arcigno che diceva “golf is prohibited”.

Gita al porto di Howth, vento tagliente e mare mosso.

Occhi azzurri e capelli biondi davano carattere a un faccino monello cosparso di lentiggini.

Maglietta leggera e skate definivano chiaramente la figura della bambina che giocava incurante del brutto tempo.

Passeggiata al molo con la presunzione di reggere il confronto con un vento fortissimo che stava solo aspettando il momento giusto per farmi un dispetto.

In effetti sono stata invincibile fino a quando un’onda prepotente ha deciso per me che era ora di un bagno.

Eco della risata di un uomo con una macchina fotografica che da lontano aveva ripreso la scena.

Discorsi silenziosi, occhiate sfrontate scambiate da un capo all’altro di un pub vicino al molo.

Barche ormeggiate, il porto risuonava del tintinnio che facevano gli alberi maestri.

Metallica melodia che picchiettava dolcemente le tempie del viaggiatore come a dire “sono qui, accorgiti di me”.

Poi le case, le porte colorate e i loro nomi, ognuna aveva una definita identità.

Mentre cercavo la mia, di identità, perdendomi per le vie della città sono capitata di fronte ad un muretto, un paio di valigie e due uomini con una sigaretta tra le labbra, taccuino in mano, penna sospesa, sguardo talmente attento che pareva quasi perso nel vuoto.

Temple Bar e altri artisti di strada.

Temple Bar e un capodanno fuori dagli schemi, whisky e Sweeney’s Bar.

Letture di Joyce in tedesco, francese ed italiano.

Dublino era ansiosa di farsi conoscere per quella che è davvero.

Una libreria che permetteva di scegliere il libro che si preferiva con l’unico obbligo di lasciarne uno a propria volta.

Un’altra libreria luminosa, un divano che dava le spalle alla vetrina e Jane Austen con il suo Mansfield Park.

A Dublino l’aria è leggera così che tutti possano respirarla, così che ognuno riesca a trovare il suo posto, che sia in un pub, a Stephen’s Green o in un negozio di cappelli.

Una voce d’angelo incantava i passanti che avevano l’impulso di unirsi a lei pur non sapendo le parole.

Uno stomaco di ferro beveva birra a colazione.

Ognuno aveva il suo posto.

E io – notte fonda che è quasi mattina presto – mi lascio cullare dal rumore delle ruote delle valigie mentre a mia volta respiro.

L’aria, che leggera che è.

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