Dietro le quinte delle foto che hanno cambiato il mondo

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Preferirei essere ricordato per il mio nome o per il mio volto?

Con questo interrogativo mi sono svegliato stamattina, ogni tanto mi capita di aprire gli occhi e di continuare a pensare a cose che la sera prima non avevo mai considerato, non so cosa accada mentre dormo ma non posso farci niente purtroppo, sono conscio della mia stranezza ormai.

Per me è stato facile rispondere: voglio essere ricordato per il mio nome.

In effetti però è ovvio in questo caso, qualsiasi scrittore o aspirante tale risponderebbe così.
Quanti di voi conoscono Dostoevskij e quanti lo riconoscerebbero in foto? Ecco, è normale.

Accade invece l’esatto opposto con gli attori, quante volte capita di vedere un film, conoscere il viso della maggioranza degli interpreti e non ricordarne il nome? Solitamente il tutto è seguito da un fastidioso indovina chi: “ma sì dai quello che faceva il cattivo in quel film, quello che faceva l’eroe di là ecc ecc”

Escludendo questi casi ho provato a pensare a quelli che, senza volerlo, si sono trovati davanti a questo curioso problema, per esempio Peter Norman, Sharbat Gula, Tank Man, Glenn McDuffie e tanti altri.

 

Pensate di non conoscerli? Vi state sbagliando, ve lo dimostro:

 

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Se siete appassionati di storia e di sport conoscerete sicuramente questa foto.

Olimpiadi del 1968, Città del Messico, podio della finale dei 200 metri maschili. La protesta con il pugno chiuso guantato alzato da Tommie Smith e John Carlos in appoggio al potere nero è storia nota.

Ma quel piccolo uomo bianco al secondo gradino del podio, quasi imbarazzato per la situazione, chi è?

E’ Peter Norman, australiano, classe 1942, ed è tutto meno che imbarazzato.

L’atleta australiano, dopo aver sentito della manifestazione che sarebbe stata di lì a poco messa in atto, decide di farsi dare una coccarda dell’OPHR (Olympic Project for Human Rights, organizzazione nata per protestare contro la segregazione razziale negli USA) e di indossarla al momento della premiazione, dimostrando solidarietà alla causa.

Purtroppo Tommie e John non avevano più guanti neri da dare al collega, altrimenti avrebbe indossato senza timore anche quelli.
L’Australia però, si sa, non è tra i paesi più tolleranti al mondo e non si lasciò sfuggire quella presa di posizione.

Peter venne pesantemente attaccato dai media, boicottato dalla federazione fino ad essere escluso dalle Olimpiadi di Monaco 1972, nonostante i tempi fossero ben oltre la soglia della qualificazione.
L’ex atleta si diede all’insegnamento e morì il 3 ottobre del 2006, a 64 anni. Il 6 ottobre, giorno del suo funerale, negli Stati Uniti venne proclamato il Peter Norman Day.

E l’Australia? Nel 2012, soltanto 44 anni dopo, il Parlamento Australiano ha approvato una dichiarazione tardiva di scuse, riconoscendo il coraggio di Peter nell’indossare quella coccarda e tutto ciò che rappresentava.

« Questo Parlamento: 1) riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman, che vinse la medaglia d’argento nella gara dei 200 metri piani ai giochi Olimpici di Città del Messico del 1968, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano; 2) riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare sul podio uno stemma del “Progetto Olimpico per i Diritti Umani”, in solidarietà con con gli atleti afro-americani Tommie Smith e John Carlos, che effettuarono il saluto di “potere nero”; 3) si scusa con Peter Norman per il trattamento da lui ricevuto al suo ritorno in Australia, e nell’aver mancato di riconoscere il suo ruolo ispiratore prima della sua prematura morte nel 2006; 4) riconosce tardivamente il significativo ruolo che Peter Norman ebbe nel promuovere l’uguaglianza di razza. »

Come spesso accade, i grandi eroi vivono e muoiono nell’ombra.

 

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E’ andata anche peggio a Tank Man, o rivoltoso sconosciuto.

Siamo a Pechino, nel 1989, gli studenti e gli uomini cinesi scendono in Piazza Tienanmen per opporsi al governo e mostrare al mondo quello che realmente sta succedendo in Cina.

Un uomo in pantaloni neri e camicia bianca, da solo, decide di immobilizzarsi davanti ai carri armati in piena avanzata e, una volta raccolto tutto l’ossigeno possibile nei polmoni, urlare: “Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra”; “Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente”.

Com’è andata a finire dopo? La protesta si concluse, purtroppo, nel sangue.

Ma lui? Il Rivoltoso sconosciuto?  Molte ipotesi, nessuna certezza. Alcuni dicono sia stato giustiziato poco dopo, altri ancora raccontano sia stato rinchiuso in manicomio dopo torture di ogni tipo, alcuni invece sostengono viva in pace con la famiglia in Cina.

Non conosciamo il volto, non conosciamo il nome, ma nonostante questo è stato inserito tra le 100 persone che più hanno influenzato il XX secolo. Speriamo con il cuore che lui sia vivo e sappia quanto sia valso quel suo gesto.

 

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Questo viso, invece, è noto a tutti.

Lei è Sharbat Gula, è stata fotografata da Steve McCurry nel 1984 ed è diventata una delle copertine più famose di National Geographic.

Quello sguardo è diventato simbolo dei conflitti in Afghanistan, da quegli occhi si potevano intravedere la paura, l’umanità e la voglia di riscatto che rappresentavano la parte del popolo che soffriva e viveva in condizioni critiche.

Nel 2001 McCurry intraprese un viaggio per ritrovare la ragazza e, grazie alla tecnologia della ricognizione dell’iride, la trovò e le comunicò che il suo viso era ormai conosciuto in tutto il mondo. Lei non ne era a conoscenza e non si mostrò neanche molto interessata, ma fu felice di quello che la foto aveva rappresentato e concesse a Steve un’altra foto.

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Sharbat Gula nel 2001

 

Il viso è segnato da anni di guerra e la pelle soffre dei segni dell’età, ma gli occhi, quegli occhi, non sono assolutamente cambiati.

 

 

 

 

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16 agosto 1945, New York, giorno della resa del Giappone e della conseguente festa nelle strade di tutto il popolo americano.

Un giovane marinaio, Glenn McDuffie, euforico dopo aver sentito la notizia, vede una bella donzella festeggiare e senza pensarci due volte la stringe a sé e la bacia. Lei appare quasi inerme, molti dicono che poco dopo la foto lei si tolse e non prese neanche bene quel gesto.

Ma poco importa, ormai la foto era stata scattata, la storia era stata scritta.
Glenn è morto l’anno scorso, la ragazza non fu mai identificata con certezza.

Scegliete voi come vederla: uno dei baci più romantici della storia, o uno dei tentati stupri più famosi di sempre?

Il nostro viaggio, per ora, finisce qui.
Forse poco importa essere ricordati per il proprio nome, per il proprio volto o per qualche gesto eroico.

Forse, alla fine, è importante solo essere ricordati.

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