“Chronicle”: senza confini

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“Chronicle” è un film indipendente del 2012 diretto e ideato da Josh Trank e sviluppato da una co-produzione di Stati Uniti e Inghilterra. Risulta difficile da inquadrare come genere: il tutto è girato in prima persona, come documentario fittizio, e vengono portate avanti tematiche di tipo drammatico miscelate in un’atmosfera thriller, mentre il sottofondo è il concetto di potere in senso stretto, scaturito dalla volontà di dare ai protagonisti veri e propri superpoteri e sviluppando l’intera trama su questo dettaglio. Si parte da una nozione tanto conosciuta quanto innegabile: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Nella vita reale le persone sgomitano per ottenere sempre maggiori dominium e imperium (termini latini che stanno a indicare rispettivamente il possesso di cose e il controllo con possibilità di coercizione sugli altri esseri umani) con consapevolezza. Sono assai rari i casi in cui qualcuno ottiene entrambi non per merito né per lascito. Ne deriva un esercizio di tali che non va a pari passo con il maturarsi di una coscienza responsabile. La psiche dell’individuo troppo spesso non è preparata ad affrontare situazioni difficili e da ciò ne deriva che i mezzi perdono la loro utilità senza un’intelligenza tonica che ne gestisca l’uso e stabilisca uno scopo. Il film non si limita a esporre questo tema, ma anche quello della popolarità, del bullismo, dell’amicizia, della violenza sui figli e della sofferenza per il lutto.

Prima del fatto scatenante di tutta la vicenda, “Chronicle” presenta i personaggi in un breve antefatto: Seattle, tempi attuali, un liceale di nome Andrew (Dane DeHaan) compra una telecamera con l’obbiettivo di filmare ogni aspetto della sua vita. In questo oggetto di ripresa viene focalizzato il punto di vista dello spettatore, con consequenziali interruzioni nel tempo della storia. Il ragazzo sembra essere il tipico sfigato da pellicola americana, schivo e timido, conduce un’esistenza quasi priva di amici con una triste situazione familiare resa tale da un padre alcolizzato e violento e aggravata dalla malattia della madre e dalla situazione economica talmente degradante da rendere difficoltose le cure di quest’ultima. L’unico contatto a scuola è suo cugino Matt (Alex Russell), il tipico nessuno, che cerca di coinvolgerlo nonostante le critiche altrui e il suo carattere difficile, essendo pensieroso e introverso. A una festa uno dei ragazzi più influenti del loro ambiente, Steve (Michael B. Jordan), giocatore giovanile di football e candidato a rappresentante, li convince a seguirli nel bosco dicendo di aver fatto una scoperta fuori dal comune, esprimendo la sua volontà di filmare il tutto con la telecamera di Andrew. Ciò che trovano va al di fuori della conoscenza umana, oggetto inanimato e animato al tempo stesso, stride e si illumina, e finisce per stordirli.

Da qui la telecamera viene riaccesa a qualche giorno di distanza, non permettendo allo spettatore di sapere cosa sia successo esattamente, e si avvia la trama vera e propria: i tre scoprono di avere nuove capacità telecinetiche. Iniziano a esplorare senza comprendere, a sollevare oggetti, a volare, ad allenarsi ed a maturare nuove prospettive, felici di essere improvvisamente diventati entità soprannaturali. Andrew appare subito come un elemento instabile all’interno del gruppo. Impegnandosi a fondo, raggiunge presto un livello superiore, diventando così il più forte. Per colpa sua, direttamente o indirettamente, le circostanze prendono vie pericolose, alterando la loro vita quotidiana in mezzo ai normali, scandita dalle lezioni mattutine e da tiri a football in mezzo alle nuvole pomeridiane.

“Chronicle” si discosta dal film hollywoodiano sui supereroi: niente scemi in calzamaglia, si parla di tre ragazzi che non usano il potere per atti di eroismo, ma che si godono la sensazione di averlo, senza sapere il perché. La loro mancanza di lucidità e responsabilità nel gestirlo porterà a sconvolgere le loro esistenze. La pellicola di Trank non sarà certo un masterpiece del cinema e forse non si merita particolari riconoscimenti. Tuttavia si rivela portatrice di una pluralità di tematiche importanti e proprio da qui scaturisce l’abilità del regista: riuscire a estrarre da un crogiolo così straripante di argomenti un prodotto apprezzabile all’occhio e con un filo di trama compatto, ben rappresentato sotto forma di falso documentario.

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