Cercando Parigi.

Da dove si comincia?

E’ una domanda difficile se riguarda la scelta di cosa vedere per la prima volta in una città a me straniera.

Dare, con i propri occhi, un volto alla città.

E se è di Parigi che cerco il volto, la domanda appare ancora più interrogativa.

Si potrebbe cominciare, mi ripetevo, dalla Tour Eiffel, da Notre-Dame, da Montmartre.

Si potrebbe, sì.

Eppure il mio primo sguardo voglio darlo dal Centre Pompidou, magari dal quinto piano. Ho l’intera Parigi distesa sotto i miei occhi e non sono più costretta a scegliere, perché ho trovato una visione d’insieme. E sono senza fiato, lo ammetto. Cielo coperto di nuvole, nuvole di un grigio più che malinconico, nostalgico, perché, sì, si può provare nostalgia di qualcosa che conosciamo per la prima volta.
Vento leggero, e l’occhio che corre, veloce, a catturare quei tetti, quelle torri che svettano all’orizzonte. E tutto questo dal Centre, dotato di luce propria ed immenso, proprio come Parigi.

Delle sedie in legno poco lavorato. Appese, allineate, leggere all’apparenza, dotate di un’ombra propria. Lievemente diverse, eppure così simili allo sguardo poco profondo. Sembrano quasi esseri umani. Privati della loro sembianza corporea e trasfigurati in sedie. Oggetti così umani, quasi non li avevo mai visti. Anche se in fondo, di sedie ne ho viste a migliaia.

Nella sala dedicata alla mostra temporanea “Un art pauvre”, conclusasi qualche giorno fa, oggetti di uso quotidiano prendono vita. Vengono riscattati dal mero uso materiale che la nostra vita gli concede. Gli oggetti solo solamente oggetti?

Quelle sedie, desiderose di vita, l’hanno ottenuta dalle tre alle cinque di pomeriggio del 12 febbraio 1971. In quel breve arco temporale hanno camminato per mezzo di gambe umane. Attaccandosi in modo obbligato ad altre fonti di vita. E, dopo una breve vita giacciono lì, appese, incorporee, senza alcun significato. (E’ ancora alle sedie che state pensando?).

Al piano inferiore una sala si presenta come “Hommage à Jacqueline Picasso”, anche questa conclusa da poco. C’è un contatto ermetico con quegli occhi, che varcano la soglia imposta dalla tela. La loro espressività è troppo reale per credere che sia soltanto una rappresentazione. Accostamenti di fotografie e Picasso che si appropria anche di una sua fotografia completandola. Non si riesce più a distinguere la vera Jacqueline. Non si sa più, osservandola, quale sia.
Camminare fra corridoi quasi spogli di esseri umani, dove l’arte manteneva il ruolo preminente. Le sale temporanee erano dei piccoli angoli racchiusi nelle collezioni permanenti di arte moderna e contemporanea. Collezioni vastissime, che fra i tanti ospitano Klein, Fontana, Giacometti, Dubuffet, Breton, Mirò.

E ad ogni finestra mi affacciavo, tentando di convincermi, che sì, perché dubitare ancora, mi trovavo realmente a Parigi.

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