Cento anni dopo, la “confessione” di Joseph Conrad

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Nel 1916, esattamente cento anni, Joseph Conrad pubblicava su due riviste, una americana e una inglese, il suo romanzo La linea d’ombra, scritto proprio a cavallo dell’inizio della prima guerra mondiale. Non era affatto un periodo adatto per pubblicare romanzi, pure se brevi come nel caso di Conrad: la poca disponibilità di carta, infatti, comportava delle difficoltà per le case editrici europee. Nulla era più come prima.

Ma Conrad si inserisce agevolmente nel contesto drammatico in cui vive: nella prefazione che scrive per l’edizione del 1920 ci fa capire che è cosciente della gravità del conflitto che bersaglia l’Europa, ma allo stesso tempo pensa che sia necessario guardare la propria interiorità, il proprio passato che ci lasciamo alle spalle.

Ecco che arriviamo al concetto sottinteso nel titolo. La linea d’ombra non è niente di misterioso, mistico o esoterico, come molti potrebbero immaginare giudicando, come si suol dire, il libro dalla copertina. Il sottotitolo “Una confessione” ci illumina: si tratta di un racconto di un’esperienza autobiografica, con dei risvolti drammatici nella trama, forse anche un po’ patetici. È la storia di un giovane capitano che, quasi perseguitato dalla cattiva sorte, appena raggiunge il comando di una nave percepisce intorno a sé una forte negatività a bordo, rappresentata dal primo ufficiale Burns. Quest’ultimo, che lo odia sin dal loro primo incontro, fa di tutto per trasmettergli terrore per un futuro a suo dire catastrofico.

La crescita personale è il vero tema del libro, nascosto in un sottobosco di eventi che richiamano il soprannaturale, come ad esempio la maledizione dell’ex capitano della nave, suicidatosi, che aleggia a bordo. Come lo stesso Conrad dice, nelle pagine del libro:

Si procede. E il tempo pure procede – finché si scorge di fronte a sé una linea d’ombra, che ci avverte che bisogna lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù.

Per gli amanti della suspense e dell’avventura, La linea d’ombra può rivelarsi una delusione: non siamo ai livelli di L’isola misteriosa oppure Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, o come si trovava spesso sulle copertine di parecchi anni fa, per l’incomprensibile abitudine italiana di tradurre i nomi, Giulio Verne. Lanciato appena un tocco di mistero, Conrad fa vibrare la sua penna con altre parole, dedicate all’introspezione psicologica dei personaggi, compresa la propria, e alle riflessioni sull’esistenza umana. L’azione è lenta, la narrazione flemmatica: il narratore si intorpidisce insieme alla nave Otago intrappolata nel tepore umido dei Mari orientali.

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