“Carol”: quando Cate Blanchett salva tutto

Regia: Todd Haynes
Paese di produzione: USA
Anno: 2015
Cast: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lace, Sarah Paulson

Non è tutto oro quel che luccica.

Questa è la prima cosa che mi sento di dire su “Carol”, il film diretto da Todd Haynes che sta facendo incetta di nomination. Un film che luccica parecchio, grazie anche alla grande pubblicità che ne è stata fatta e agli elogi arrivati dai critici più disparati. Uno splendere, quello di “Carol”, che sa più che altro di riviste patinate e glamour hollywoodiano e che però di oro ha forse solo un aspetto: la recitazione. In particolare, quella della meravigliosa Cate Blanchett, che nel film è appunto Carol. Una dea, non c’è che dire. E la sua interpretazione sembra calibrata in ogni minimo particolare, in ogni più piccola mossa od espressione dello sguardo, rendendola così capace di mettersi nei panni di un american lady benestante degli anni ’50, in pieno boom economico e perbenismo pettinato. Ed è proprio dalle viscere di questo perbenismo di facciata che dovrebbe emergere, apparentemente, lo scandalo di un amore lesbo. Tale tema, sempre più presente nel panorama cinematografico e letterario contemporaneo, è stato sapientemente cavalcato dagli addetti alla promozione dell’industria hollywoodiana, i quali hanno ampiamente fatto notare che il film è basato su un romanzo-scandalo, a sua volta basato su fatti realmente accaduti. Il romanzo in questione, datato 1952, si intitola “The Price of Salt”, ad opera di Patricia Highsmith che al tempo si vide “costretta” a firmarsi sotto pseudonimo, poiché lo scalpore che avrebbe suscitato nel pubblico era assai prevedibile e avrebbe potuto destare reazioni molto scomposte. E certo lo fece, ma in fin dei conti vendette anche più di un milione di copie, salvando tra l’altro molte donne omossessuali di allora da un facile destino di auto-distruzione e depressione, raccontando anche un po’ delle loro vite.

La benestante e super elegante Carol, moglie di Harge (Kyle Chandler) e madre di Rindy, si innamora infatti della ventenne Therese (Rooney Mara), commessa part-time in un grande magazzino di Manhattan ed aspirante fotografa del New York Times. Quest’ultima pare decisamente ricambiarne i sentimenti, rimanendone anzi folgorata sin dal loro primo incontro, quando Carol entra nel negozio di giocattoli per comprare un regalo di natale alla figlia e trova Therese dietro alla cassa con indosso un goffo cappellino natalizio. L’atmosfera è eterea, l’attrazione fatale. Gli oggetti, i corpi, gli sguardi, tutto è imbalsamato in un’algida compostezza che certamente ricalca – in maniera magistrale – lo stile affascinante di quel decennio, ma irrigidisce l’azione dei personaggi, impedendo al film di svilupparsi con un ritmo adeguato alle aspettative create. Fotografia e costumi, rispettivamente curati da Edward Lachman e Sandy Powell (due maestri del settore) sono assolutamente degni di nota e fanno avanzare “Carol” tra i film top del 2015. Tuttavia, a mio avviso, l’eccellente lavoro sull’estetica della pellicola andrebbe a vantaggio di un approfondimento sugli anni ’50, più che della storia che in sé il film vuole raccontare.

Le due protagoniste non sembrano essere capaci di affrontare i rispettivi problemi, per Carol un imminente divorzio dal marito e la possibile perdita di affidamento della figlia, per Therese l’instabilità del proprio futuro lavorativo e un’insoddisfacente relazione etero. Inoltre, le due non sembrano nemmeno vivere questo tanto acclamato scandalo, poiché né mariti, né eventuali fidanzati paiono realmente sdegnarsi (al limite alzano la voce nelle discussioni), tanto che le due, già “sospette”, salgono su una macchina e si mettono in viaggio. Il loro, però, è più un vagare senza una meta precisa e uno sfuggire dai problemi senza dover combattere, il cui risultato è un triste passare di motel in motel, dove solo dopo svariate notti le due riescono a sciogliere il ghiaccio: così, i risicati coinvolgimenti fisici avvengono sotto un’aura di delicatezza che certo ammalia lo spettatore, ma che scarseggia grandemente in termini di passione. Oltretutto, poi, quello che maggiormente manca è la profondità psicologica delle due protagoniste, che permetterebbe anche di approfondire sul loro innamoramento reciproco; stesso discorso vale per i personaggi secondari, e soprattutto il marito di Carol, che rappresenta l’unico vero elemento di conflitto, quando smaschera la storia tra le due donne e, documenti alla mano, minaccia la moglie di chiedere l’affidamento esclusivo della figlia. Solo in questo momento, Carol sembra sentirsi tirata in causa dal mondo circostante, e come se fosse stato un bel sogno, tronca la storia con Therese, la quale accetta sommessamente il tutto. Anche qui, non c’è lotta, non c’è determinazione (ma questa paura di agire può essere giustificabile dato l’effettivo quietismo angosciante degli anni ‘50). Carol ritorna all’ovile, Therese continua la proprio vita, in una serie di soporifere lentezze della sceneggiatura. Il film si schiude poi nel suo finale positivo (scena perfetta nei movimenti e nel gioco di sguardi), quando però a qualcuno tocca arrendersi su di un fronte per salvarne un altro, sempre sul mood del “preferisco darvela vinta pur di star tranquilla”.

Tutto all’opposto della “tranquillità” si trova invece “La vita di Adele” – o “Blue is the warmest color”- film francese del 2013 diretto da Abdellatif Kechiche (Palma d’oro a Cannes), che qualcuno ha rispolverato dall’armadio dei film queer. Un altro amore lesbo, ma un film completamente diverso. Innanzitutto perché ambientato ai giorni nostri, dove l’omosessualità è accettata dai più, ma ancora non da tutti. In secondo luogo, perché la protagonista del film, Adele, compie un vero e proprio percorso, fatto di dialoghi su libri e filosofi, costruzioni di pensiero, primi rapporti, imbarazzi, delusioni, risate e pianti. E’ la vita di Adele, appunto, esplorata dagli ultimi anni del liceo sino agli anni del lavoro, da quando conosce e si innamora di Emma a quando poi tutto finisce, nonostante abbia combattuto, insistito fino a piangere per quell’amore dal sapore eterno. Le due vengono colte spettinate, col sole in faccia, sdraiate in un parco a mangiare, nei corridoi di un museo, in un letto tra le coperte stropicciate, in una casa a litigare ferocemente. Molte scene sono un groviglio di emozioni, alcune un vero e proprio colpo al cuore (notissime le scene di sesso, molto lunghe e ai limiti del pornografico).

Un film quasi agli antipodi con “Carol”, e forse, nonostante lo stesso tema di fondo, tali pellicole risultano impossibili da paragonare tra loro. A dimostrazione che, oltrepassando i consueti scetticismi di fronte ai film queer, ogni storia d’amore ha in sé un’unicità inconfrontabile, a cui ogni film, a modo suo, cerca di restituire la verità.

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