Be Aware of: Serie A

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L’Italia non è un paese per giovani. Nel calcio come nel lavoro sono sempre meno le realtà che decidono di puntare sulla freschezza e sull’entusiasmo dei ragazzi emergenti, preferendo loro l’usato sicuro.

Questo è stato uno dei temi affrontati nel corso della conferenza “Calcio, Law & Governance” organizzata dall’associazione universitaria “Il Laboratorio” e tenutasi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. All’evento, introdotto da Marco Elefanti, docente e direttore dell’Master in Management dello sport della FIFA, sono intervenuti l’ex vicepresidente FIGC e bandiera del Milan Demetrio Albertini e il giornalista di Sky Sport Alessandro Bonan.

Albertini ha analizzato il ritardo che il calcio italiano accusa rispetto ai principali campionati europei sulla gestione delle giovani promesse. A nostro parere è sintomo di questo gap la nostra sorpresa per il constante utilizzo di un giovane come Gigianluigi Donnarumma. Se in Germania o in Spagna un giovane smette di esser “giovane” a 20 anni, nel nostro calcio ancora a 24 i calciatori sono considerati delle promesse, utilizzate molto spesso con il contagocce per la paura di bruciarle.

Secondo l’ex campione brianzolo uno dei principali effetti di questa mentalità è la mancanza di esperienza internazionale degli under 21 che finisce per ripercuotersi anche sulla nazionale maggiore.

Il CT si trova così a dover scegliere tra una rosa di veterani o una composta da molti giovani, ancora inesperti in ambito europeo. Se si prende come esempio la finale degli europei under 21 del 2013, si nota che mentre gli Azzurrini giocavano per la maggior parte in serie B oppure facevano panchina in serie A, gli spagnoli sin erano già esibiti in ambito internazionale, e potevano contare su giocatori come Thiago Alcantara (Barcellona), Isco (Malaga) e De Gea (Manchester), già affermati nei rispettivi club.

Ciò che porta la Spagna ad essere davanti anni luce rispetto all’Italia nel progetto giovanile è la presenza delle cosiddette ‘’seconde squadre’’, composte dai ragazzi della cantera, che militano nel campionato Segunda division B. ciò permette ai giovani di affacciarsi al calcio professionistico fin da subito, senza essere destinati a rimanere per anni terze linee del club della serie maggiore. Inoltre Albertini, avendo fatto tesoro della sua esperienza al Barça, ha fatto notare come ci sia una cultura differente nel modo di far crescere le nuove leve, senza particolari pressioni e senza l’ossessione di vincere ‘’tutto e subito’’. Questo in Italia non è possibile siccome il divario tra il campionato primavera e la serie maggiore è troppo ampio, e si vedono sempre meno giovani che riescono a compiere questo salto e a ottenere buoni risultati. Tutti questi fattori portan

o la maggior parte dei club italiani ad andare a cercare all’estero buoni giocatori a basso prezzo, con però un margine di miglioramento limitato (basti pensare che la maggior parte di questi giocatori non fa nemmeno parte della rosa della nazionale, al contrario di ciò che succede in Inghilterra e negli altri paesi europei). Purtroppo, questo meccanismo porta i calciatori a raggiungere la maturazione intorno ai 26 anni, mentre negli altri paesi già a 22/23 anni si può essere considerati pedine fondamentali della propria squadra. Ciò che fa rabbrividire è che il campionato italiano sia il secondo più vecchio d’Europa per quanto riguarda l’età media dei giocatori (28 anni), e paradossalmente con pochissima esperienza in campo internazionale.

Alessandro Bonan, interpellato sempre su questo argomento, ha voluto sottolineare il suo apprezzamento rispetto al modello del Draft NBA, che porterebbe ad avere campionati più equilibrati, spettacolari ma comunque competitivi.

Fiducia nei giovani e Pazienza sono dunque le parole d’ordine per far ritornare l’Italia nell’Olimpo del calcio!

 

 

Articolo di: Fabio Anelli, Marco Garghentino ed Elia Stevenin

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