Bronx: storie come linfa

Robert De Niro è da sempre uno degli attori più celebri del cinema americano, talentuoso ed espressivo, riesce sempre a calarsi in modo egregio nei tratti somatici e caratteriali dei personaggi che interpreta. Ma non solo: si rivela spesso capace di mostrare lo spessore psicologico dei suoi ruoli, in modo da coincidere con il grado massimo a cui ogni persona che porta avanti il suo mestiere deve, o almeno dovrebbe, aspirare. Movenze e sguardo si fanno portatori di tale filosofia, dispiegata nei film che egli stesso dirige.

Questo è il caso di “Bronx”, prima pellicola girata da De Niro in quanto regista e personaggio. Nel quartiere denso di storie e di fama mondiale situato nella Grande Mela, si delinea la figura di uomo tutto d’un pezzo, onesto e leale, lavoratore scrupoloso e padre di famiglia. Nei tortuosi vicoli e placide strade urbane che calcano il Bronx egli guidava l’autobus, tifava gli Yankees e osservava suo figlio, Calogero, perché in un quartiere popolato da italoamericani bisogna avere due occhi anche dietro la nuca. Il suo bambino era semplice e buono, patito di baseball con una madre e due padri. Già, perché era solito sedersi sui gradini della sua casa e scrutare tutto il giorno Sonny ( Chazz Palminteri), uomo famoso nel quartiere, arrivato a tale prestigio tramite viuzze ambigue, lontane dai benpensanti e al sicuro dalla legge e dal suo lungo braccio. Lo ammirava e lo invidiava, ma il suo sguardo non venne mai ricambiato finché un giorno la monotonia ebbe un sobbalzo sotto i suoi occhi, per un fatale delitto di una manciata di secondi. Messo alle strette dalla polizia, Calogero scelse di non fare il nome del suo idolo e proprio tale muro di omertà spinse Sonny a stringerlo sotto la sua ala. Non lo condusse sulla via del crimine, mai, perché il suo atteggiamento protettivo era tale da eguagliare quello del padre biologico, tale da tenerlo sempre lontano dai guai e da sconsigliargli di frequentare i suoi amici d’infanzia, razzisti e violenti.

C’era un contratto non scritto, sancito dalla paura e dall’intimidazione che spingeva gli italoamericani a non calcare il territorio vicino, in cui vivevano persone di colore, e viceversa. L’odio e la discriminazione erano i veri padroni di quelle strade, non c’era promiscuità né amor fraterno tra persone diverse in superficie. L’unica eccezione era Calogero, il quale si scoprì a coltivare attrazione per una ragazza di colore dell’altro quartiere. Frequentandola capì di essere su una buona strada, la migliore per entrambi, lontana dai giudizi dei più. Si rivede qua forse una libera rivisitazione del classico Shakespeariano che denuncia l’uccisione dell’amore, immolato per infime dispute familiari, che con esso non dovrebbero mai avere nulla a che fare.

Fin da bambino, Calogero, soprannominato semplicemente C, si vide protetto da persone affettuose, permettendogli così di crescere inglobando due influenze e due punti di vista quasi sempre contrapposti se non su una questione: sia il padre che Sonny hanno sempre voluto solo il meglio per lui. “Bronx” presenta sviluppi interessanti, la sceneggiatura di Palminteri non smette mai di stupire man mano che si procede con la trama.

Per questo si è scelto di recensire un film del 1993, perché pellicole come questa sembrano purtroppo essere rare nel nuovo millennio; quelle che raccontano storie in celebri quartieri lontani, miscelando amore, odio e criminalità in un crogiolo che se osservato dalla giusta prospettiva insegna. Insegna che la violenza chiama solo violenza e che, per quanto possa sembrare banale, anche una cosa isolata e semplice come un amore nascosto può salvare una vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *