Brecht al Piccolo, e quel mondo misero che non è cambiato

L'OPERA DA TRE SOLDI. Produzione Piccolo Teatro di Milano. Regia Damiano Michieletto. Foto ©Masiar Pasquali
L'OPERA DA TRE SOLDI. Produzione Piccolo Teatro di Milano. Regia Damiano Michieletto. Foto ©Masiar Pasquali

“Cos’è più grave? Rapinare una banca o fondare una banca?”

 

Qualcuno di voi si starà chiedendo chi l’ha detto. Alcuni ipotizzeranno un titolo di giornale, altri penseranno a qualche reduce del movimento Occupy Wall Street. Un altro magari citerà il nome di un politico, italiano, europeo, americano.

 

Vi state sbagliando. Tutti. Perché questa domanda, precisa, nitida, spietata, è stata pronunciata per la prima volta nel 1928, dal Mackie Messer. Chi è Mackie Messer? Un cinico, un disonesto, un bandito. Un povero.

 

Mackie Messer è anche, soprattutto, lo straordinario protagonista dell’Opera da tre soldi, il capolavoro che Bertolt Brecht scrisse in collaborazione con il musicista e compositore Kurt Weill oltre ottant’anni fa, mentre il mondo era inconsapevolmente alle soglie della Grande Depressione e la Germania, la sua Germania, stava per precipitare nel baratro del nazionalsocialismo.

 

Ora, non staremo qui a ricordare la lunga storia di questo spettacolo ispirato alla settecentesca Opera del Mendicante dell’inglese John Gay, della sua riproposizione da parte di Giorgio Strehler nel 1956 proprio al Piccolo Teatro di Milano, dove è in scena oggi, esattamente sessant’anni dopo.

 

Quello che interessa a noi è che Mackie Messer, Jonathan Peachum, Polly, Lucy, e gli altri beceri (e monumentali) personaggi dell’Opera da tre soldi sono, in questo XXI secolo che si trascina da una crisi all’altra, da una guerra all’altra, da un’ingiustizia all’altra, splendidamente e terribilmente attuali.

 

Brecht raccontava una società estenuata, abbarbicata ai privilegi economici, cercati e ottenuti con ogni mezzo, senza scrupolo alcuno, una società dove i borghesi sono uguali ai mendicanti, dove non c’è differenza tra imprenditori e banditi. Un racconto duro, provocatorio, eppure messo in scena come un numero di cabaret, con canzoncine da operetta, e parole di piombo.

 

Damiano Michieletto, per riportare in scena questo carrozzone di derelitti crudeli e corrotti, schiavi del denaro, ma così inequivocabilmente umani, troppo umani, se vogliamo dirla con Nietzsche, ha scelto di ritradurre tutto il testo, dal tedesco. Partire da Brecht, quello vero, non filtrato, per ridare espressione a Brecht stesso, che grida, sfida, ironizza, ancora tagliente come allora, più di allora.

 

L’Opera da tre soldi è uno spettacolo che tutti dovrebbero vedere, in ogni epoca, in ogni regione della Terra. Perché “signori, il mondo è misero, è cinico, è perfido. Ma certo l’uomo, è misero, è cinico, è perfido”. E i conflitti tra forti e deboli non sono finiti, infuriano ancora, intorno a noi. Bene e male, giustizia e ingiustizia si confondono, si fronteggiano, si abbracciano, nella realtà, sul palcoscenico.

 

E’ azzeccatissima, dunque, la scelta registica di incorniciare ogni evento, ogni conversazione dentro un’aula di tribunale, dove tutti i personaggi assistono e sono giudici, sempre in scena, cambiando travestimento, ma restando uguali di fronte a una legge “inventata per organizzare lo sfruttamento di coloro che non la capiscono, o che non possono permettersi il lusso di rispettarla.”

 

E la sentenza finale, qual è? Brecht lo scrive: chi vince fa la storia. E chi perde, tacerà.

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