Brazil: Il volo dell’angelo e la sua caduta.

472682519_e03ccc3cb5

Nel 1516 un uomo di grande erudizione, il fu Thomas More, il cui nome fu successivamente italianizzato in Tommaso Moro, scrisse un celebre testo ispirato dal sapere degli antichi, tra cui Platone e Plutarco. Era un periodo di agitazioni religiose in Gran Bretagna, la fermezza della Chiesa si scontrava inevitabilmente con la flessibilità morale urlata a gran voce o espressa in silenzio propria della corte. Moro fu un cattolico di ferro, si scontrò con Erasmo da Rotterdam e con Lutero, diede la caccia agli eretici e provocò molte vittime facendo arrostire sul rogo dell’odio la libertà di pensiero. Come molti prima di lui, come molti dopo fecero. Erano numerose poi le critiche alla società che gli aveva dato i natali, tanti gli scontri e le polemiche, e anche se si era conquistato la fama a livello europeo come eccelso autore umanista, questo non gli valse il lusso di poter preservare sia la vita che l’integrità. Non riconoscendo la supremazia della corona sull’autorità papale venne messo a morte. Nel testo prima citato sono chiare alcune idee  e denunce: si parla di “Utopia”, la prima opera del genere utopico che si sarebbe sviluppato in più filoni nei secoli successivi. Qui si racconta di un paese immaginario, il cui etimo rimanda a un neologismo coniato da Moro stesso, ispirato dal greco secondo due possibili traduzioni, che fuse assieme portano alla dicitura ottimo-non-luogo. L’isola descritta è calcata da uomini di grande conoscenza, bagnata dal fiume Anidro (senz’acqua) e governata dal re Ademo (senza popolo). Insomma tutto nel libro sembra rimandare al pensiero del paese perfetto che non può esistere nella realtà.

Su questo concetto fondamentale si snodano le opere che anch’esse hanno teorizzato un paese immaginario con determinate caratteristiche pensabili, alcune proponendo concezioni utopiche che seguono l’idea di mondo perfetto così immaginato dai rispettivi autori, che rimane comunque un’idea soggettiva, altre rovesciando il concetto fondamentale dando così vita al genere distopico. Questo filone ha trovato numerose espressioni nel corso del 1900, che hanno sviluppato in ogni direzione la concezione stessa di distopia verso nuovi, agghiaccianti orizzonti. Gli autori di tale genere presentano nei libri o in prodotti cinematografici scenari spesso ambientati nel futuro, in cui certe tendenze delle società a loro attuali, come la moda o il culto dello stato, sono estremizzate fino a dare vita a orrori, o come monito o come satira. Si tratta di un interessante dimostrazione della capacità di estensione dell’immaginazione umana.

In questo filone si colloca “ Brazil ” e proprio in Gran Bretagna sta la casa di produzione. Il film viene girato nel 1985 da Terry Gilliam, ex membro dei Monty Python, regista il cui stile si caratterizza per un miscuglio scoordinato di elementi diversi, che spaziano per genere dal pop al barocco, dallo steampunk all’espressionismo e via dicendo. Infatti la distopia qui presentata appare esteticamente come fusione di stili architettonici di svariate epoche che vanno a riempire gli interni di alti grattacieli tutti uguali esteriormente, in fila, disposti senza creatività. L’eclettismo del regista si vede anche nella scelta delle inquadrature, varie e originali, e nelle scene rappresentate.

La società è perfetta, precisa e formata da un insieme di cittadini che mangiano, dormono, eseguono. Ogni piccolo tassello va a formare l’enorme mosaico del mondo ideale e se uno solo di essi, in questo caso chiamati terroristi, non combacia, viene scartato. Ma sono molti i problemi legati alla burocrazia, la fiducia cieca porta a considerare essa e gli uomini che la compongono come se non potessero fallire neanche volendo. Le conseguenze: se succede qualcosa nella catena burocratica, come un errore di spedizione, un aggiornamento non comunicato o una mosca caduta su un foglio in modo tale da storpiare il nome sopra impresso, la polizia cattura la persona sbagliata, dopo quella scompare. La distopia si presenta spesso così, prima come un tentativo di utopia ben riuscito che poi si rivela essere una semplice facciata, una maschera indossata da un dotatissimo attore davanti a una platea di scemi.

Tra gli innumerevoli ministeri l’attenzione si sposta su quello dell’informazione, nei suoi corridoi esteticamente fotocopiati si fa luce su un uomo: Sam Lowry. Persona sola, forse un po’ triste e ben interpretata da Jonathan Pryce, figlio di una donna potente, perennemente sotto i ferri di un chirurgo plastico, che lo vorrebbe ai piani alti. Egli però non vuole, è perennemente alienato nel suo lavoro e nella sua vita, non conosce amore nella realtà quotidiana. Differentemente da tutti gli altri si scopre sognatore. La notte sogna, il giorno pure. Si sente sé stesso che indossa una maestosa armatura alata, un angelo dei superbi tempi antichi che si libra più in alto dei grattacieli rappresentati come totem, e tra essi scende e combatte per difendere la donna amata (Kim Greist). Per un po’ la immagina e basta, poi la vede ed è bellissima, la segue e la cerca, si mette nei guai solo per i suoi sentimenti. Questa impresa si rivela essere rivoluzionaria per Sam, come lo è l’intervento sempre tempestivo di Archibald Tuttle. Robert De Niro assume qui le sembianze del terrorista numero uno della società, ma che in realtà appare come un uomo innocente, travestito da addetto alle riparazioni si occupa di sistemare guasti, tra le altre cose. Diventa molto per Sam, suo angelo custode e spirito guida, nonché unica speranza. Il protagonista comincia ad applicare i sogni alla realtà, a cambiare e a ingegnarsi. Incontra Jill, sua donna e sua ossessione. L’intreccio qui si sviluppa ancora per piani narrativi apparentemente scoordinati per poi giungere a un punto di rottura della stabile piattezza della vita di Sam. Da qui le cose scivolano dal loro controllo e rotolano per terra, perdendo pezzi a poco a poco. La trama e le altre componenti del film, come linee cromatiche che si fondono intrecciandosi nella rappresentazione di un thangka, assumono chiarezza alla fine, in quanto presentata senza un ordine a prima vista preciso, il tutto scandito dalla commovente canzone “Aquarela do Brasil “, talvolta fuoriuscente da una radio, talvolta fischiettata da un personaggio o come accompagnamento di un’idilliaca e ingannevole prospettiva di un finale.

Una libera ma chiara rilettura di “1984” di G. Orwell, un capolavoro indiscusso della cinematografia degli anni ottanta, una pietra miliare del genere distopico e del concetto stesso di distopia che gli da vita. Attraverso la conoscenza di opere come “ Brazil ” risulta inevitabile la conclusione che ogni utopia pensabile dall’uomo non sia realmente attuabile, in quanto figlia di un’idea soggettiva che può essere condivisa solo in parte e nell’altra indottrinata, esattamente come quella immaginata da Thomas More secoli prima, in cui il denaro è utilizzato solo dalla feccia( visione antisemita) e gli atei relegati ai margini della società.

1 Commento

  • Bruno scrive:

    Il breve ritratto di Thomas More (Tommaso Moro) scritto da Alessandro rende leggibile e quindi comprensibile un periodo storico contrassegnato da situazioni quanto mai diverse e anche contraddittorie tra loro: eravamo in pieno Rinascimento italiano, da poco era stata scoperta l’America, i contrasti religiosi avrebbero portato alcuni decenni dopo ad una Controriforma i cui venefici effetti si sarebbero allungati su tutto il secolo successivo. Ebbene, il parallelo con il bellissimo film “Brazil” rende chiaro a tutti quanto ancor oggi il nostro mondo sia figlio di quei secoli. Secoli non più bui, ma pieni di una smisurata sete di potere e di controllo (religioso o politico, non fa differenza), morale ed estetico, sull’uomo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *