Basta guardare il cielo.

Leonardo

In quella sala del Castello regnava il caos.

Gruppi di persone che rischiavano di scontrarsi, impalcature nascoste da sottili veli, coni di luce artificiale, che dal pavimento illuminavano il soffitto.

Disorientata,

non sapevo in che direzione orientare il mio sguardo.

Gli occhi decidono di seguire la luce. E guardando il soffitto il caos semplicemente svanì.

Luce debole, ancora indecisa su cosa ricomporre osservando quei colori combinarsi.
Mi ero persa in quei grovigli di rami, di nodi dorati. Si estendevano, quasi abbracciandosi, lungo tutto il soffitto. Un pergolato di gelsi, sentivo la guida spiegare, riportato alla luce dopo un lungo lavoro di restauro, ancora in corso nel resto della sala.

Salto nel tempo.

Fine Quattrocento.

La penisola italiana era frammentata in Repubbliche, Principati, Regni, Stato della Chiesa, Possedimenti spagnoli.

Il Ducato di Milano era in cerca di nuovi spazi in cui espandere il suo dominio signorile.

Il Castello Sforzesco, la dimora di questa sala.

Era il 1498. Leonardo l’autore di quel soffitto a cielo aperto.

Scelse un gelso, come omaggio a Ludovico Sforza, detto il Moro proprio per averne diffuso la coltura nei territori del Ducato. Ricco di frutti, ma anche necessario per la diffusione della produzione della seta.

Vi si ricevevano importanti figure in quella sala del Castello. Almeno fin quando i francesi non giunsero a Milano.
Gli Stati italiani, troppo fragili al loro interno, non riuscirono ad opporre resistenza.

Con la cattura di Ludovico, il Castello perse per un periodo il suo antico splendore. Durante i successivi domini spagnolo e austriaco, nessuno pensò più a quei contorti rami che nonostante il tempo non deperiscono.

Soltanto a fine Ottocento, il gelso sarà di nuovo il cielo della Sala delle Asse.

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