Ayoub, e tu cosa ne pensi di Bruxelles ?

Ci tengo a precisare, che nessuna parte dell’articolo\storia che verrà, è stato in alcun modo romanzato. Nulla è frutto della mia fantasia. La persona che cito esiste realmente e non userò colori, decori e fronzoli, che non  appartengano al sentimento, all’emozione delle cose realmente accadute.

Ho un amico. Un amico delle scuole superiori, a cui voglio bene. Un amico che viene dal Marocco, sorriso sempre stampato in viso e occhi intelligenti.

Ho un amico con la pelle caffelatte  che tutte le volte che ci troviamo davanti ad eventi come il Charlie Hebdo, Bataclan, Bruxelles, mi scrive:

”Gaia, cosa ne pensi?”

Ogni volta aspetto il suo messaggio, so che arriverà. L’ultimo risale a Martedì. Non ho fatto in tempo ad alzarmi dal letto che lo avevo già ricevuto. E’ stata la prima volta però, che ho sentito un velo di preoccupazione, quasi di ansia, nel suo interrogarmi. Ho sentito che aveva bisogno di una mia risposta.

Cosa ne penso. Me lo chiede lui, che non professa la mia stessa religione, che la vive in modo diverso, che chissà cosa prova tutte le volte che una persona usa il suo Dio, quello della sua famiglia, come pretesto per compiere cose terribili. Nonostante questo, mi impone di ”dirgli la mia”.

Ho già scritto talmente tante cose, ho versato lacrime davanti alla TV (e vi giuro che non sto esagerando se ve lo dico) per tutti i video che ho visto, che rischierei quasi di diventare ripetitiva nello scrivere ancora di Isis. E’ forse tutto un pretesto il mio, per dirvi alla fine, davanti a Bruxelles, sono rimasta senza parole. Oggi userò quindi le sue, perché l’ho incontrato… ed è grazie a lui che ho ritrovato quello che avevo da dire, che gli interrogativi hanno ricominciato a nascere nella mia mente. E’ grazie a lui che oggi sono qui a ridarmi voce. Quindi voglio che il ringraziamento per lui sia all’inizio, perché tutto quello che ho da dire, nasce per merito suo.

Non parlerò di quanto siano subdole le menti di chi ha architettato attentati, di chi minaccia, di chi uccide. Ho deciso, che per un certo periodo di tempo, non vorrò spendere alcuna parola per dare voce al loro orrore.

18.45: Eccolo. Mi ha appena chiesto se ”Lo sto scrivendo”. Arrivo Ayoub!

Oggi ho capito di essere una frana con le interviste, fondamentalmente perché non so preparare nulla nella mia vita, vivo le cose così come si presentano, spontanee.

Siamo nel parco di un’università di Mantova. Ayoub non sa da dove cominciare. Mi dice: ”Guidami tu Gaia”. E io mi sento come se mai fossi salita nemmeno su una bicicletta.

”Voglio sapere, quali sono i tuoi primi pensieri quando vedi succedere queste cose.”

La sua risposta mi ha lasciata di sasso.

”Penso a come verranno considerate le persone innocenti.”

Ho capito solo dopo un attimo che si riferiva alle persone della sua comunità, a chi professa la sua stessa religione e la professa per davvero. In quel momento Ayoub ha fatto una cosa importante per me. Ha fatto nascere il germoglio del primo dubbio. Mi ha fatto chiedere, forse per la prima volta nella mia vita, chi sono gli innocenti. Ho sempre pensato ai bambini che vivono sotto le bombe, ai civili morti nei diversi attentati, ho pensato sempre a tutti tranne che a loro.

Perché si, e ve lo dico convinta, per me anche loro sono innocenti. Lo sono perché oscurati da chi agisce nel nome di una religione che pare avere lo stesso nome, ma non è la stessa. Innocente è la comunità che ormai guardiamo con sospetto, formata da uomini che mai probabilmente ci torceranno un capello, buoni come Ayoub. Gli innocenti non siamo solo noi, non sono solo quelli che oggi non possiamo più abbracciare, sono anche quelli che dicono: ”Io non sono come loro, non siamo tutti così”.  Forse Ayoub non me lo ha detto esplicitamente perché sa che sono sua amica, che lo conosco. Ma sono sicura che anche lui si senta innocente, buono, arrabbiato, addolorato, quanto lo siamo noi.

 

”Ayoub, per favore, dimmi: il Corano… loro lo leggono, lo ”inventano”, o lo interpretano male? Voglio dire, quello che ho sempre pensato è che nella religione cristiana vi siano quelle figure in grado di ”mediare”, di spiegare come interpretare i testi sacri. Questo aiuta, semplifica molto le cose. Non c’è pericolo di ”errori”. Loro come pensi si approccino a questo Libro? Sembra che ci sia un approccio molto più personale e individuale con la religione.”

”Il punto, a parer mio, è che le persone che compiono questi atti, non sanno a chi appartengono. Si trovano in una situazione di Guerra civile continua, non sanno a chi affidarsi. Si allacciano alla superficialità, il governo non li aiuta e non sanno per chi e cosa combattere. Sembra strano, ma probabilmente si sentono immersi in una solitudine quasi oppressiva. Trovano quindi qualcuno che sia solo e arrabbiato quanto loro, e insieme si attaccano ad una delle cose fisiche e concrete che hanno in comune. E’ proprio il libro di cui stiamo parlando ciò che usano come mezzo per giustificare ogni azione.”

 

Ayoub nel frattempo mi dice un sacco di altre cose, mi dice che sente di dover ”essere vigile nel parlare”. Cosa vuol dire? Vuol dire che ha paura di toccare certi tasti, di essere visto male, di essere etichettato per quello che non è. Mi dice che vorrebbe che i paesi occidentali ricercassero l’appoggio in quegli stati orientali, perché fondamentalmente vogliamo combattere lo stesso nemico. Vorrebbe che si abbattessero questi pilastri insieme, e ricercare le radici di questo male… tutto a quattro, otto, dieci mani.

Non ho mai sentito Ayoub lamentarsi dell’integrazione. Forse non l’ho mai sentito lamentarsi davvero una volta, se non quando deve passare ore e ore davanti ad un foglio di carta immenso con riga, matita e squadra. D’altronde fa parte del suo sogno, quello di diventare Architetto. Ayoub, fondamentalmente, non si lamenta mai di nulla.

E’ un ragazzo semplice, che mi ha guardato dicendomi che la chiave di tutto non è ferire la gente, distruggere le case, uccidere. Non si ottiene nulla con l’occhio per occhio, dente per dente. ”Forse si fa peggio”, mi dice. C’è il rischio che si creino gruppi ancora diversi da Isis, e che nulla si concluda mai. La chiave è nell’incontro, nello smettere di guardare male chi non c’entra. Sono sguardi che fanno male, occhi che maltrattano.

Perché è vero. Chi di noi una volta in questi mesi non si è chiesto: ”Perché la comunità islamica non fa qualcosa per farci capire che loro non sono come tutti quei terroristi?” Anche io l’ho pensato. Purtroppo me ne vergogno solo adesso. Vorrebbe dire chiedergli di girare con un cartello addosso, tutti i giorni della loro vita, con su scritto: ”Io non sono uno di loro”. Sbagliatissimo, sbagliatissimo! Questo perché sono persone come noi, nulla più, nulla meno… possono esserci amiche, come io lo sono con lui, come noi lo siamo con l’amico francese incontrato in erasmus, come mio padre lo è con il signore africano che viene a fare qualche lavoro in giardino il sabato.

Ho chiesto ad Ayoub la cosa più delicata. Gli ho domandato come si considera lui dal punto di vista religioso. Mi ha risposto con una cosa che mi ha lasciato, anche qui, di sasso.

”Potrò essere sfacciato e maleducato Gaia, ma noi ci conosciamo ormai, e penso non te la prenderai. La mia risposta è che ritengo questa domanda inopportuna. Perché questa è una cosa che io non reputo importante, come non dovrebbe esserlo per te. Non deve importarti di che religione io sia, quante volte io preghi a casa, come io osservi il mio Dio.”

Un altro germoglio nella mia mente. E’ vero, non devo curarmi delle nostre religioni. Lui mi ha fatto capire, con questa frase, che è pronto ad accettare il fatto di essere seduto di fianco ad una persona che crede in qualcuno diverso da ciò in cui crede lui, e lo sono anche io. E’ esattamente così che deve essere, che deve andare. E’ questo l’incontro di cui prima mi parlava? Siamo noi?

Mi ha detto di aver paura. Il suo primo pensiero, visto l’attentato del 22 Marzo, è stato: ” Un giorno ci rispediranno tutti a casa”. Il suo timore è che ci si stufi, che si decida una volta per tutte e senza distinzioni, di non farli più vivere qui. Per eliminare ogni sospetto, per togliersi ogni paura. Ma di cosa devi aver paura Ayoub? Di nulla, te lo dico io. Te lo dico io, che ti voglio bene, che te ne vorrei anche se questo discorso lo avessimo intrapreso da perfetti sconosciuti, su una panchina aspettando un treno. Non aver paura, perché le persone buone non ne devono avere.

Come ultima cosa, gli ho domandato perché tutte le volte, si trova a chiedermi cosa ne penso.

”Lo domando perché ho la speranza continua che la persona a cui mi rivolgo, non si sia fatta accecare dalla rabbia. Non voglio vivere con i pregiudizi altrui. Lo chiedo perché forse è una preoccupazione personale.”

Quindi i terroristi, le persone che ci minacciano di nuovi attacchi, non infondono paura solo a noi. Pensiamoci.

So che Ayoub era preoccupato, me lo ha fatto capire. Ma ho comunque voluto chiederlo: ”Ti senti preoccupato?”

”Non so. So solo che tutte le volte che chiedo a qualcuno di dirmi la sua, è perché so che anche se la persona a me più vicina comincia ad avere dubbi su alcune cose, che magari fanno parte anche della mia vita, allora la situazione è davvero grave.”

Ayoub, te lo dico io. Io che non sono nessuno per mandarti rassicurazioni forse, ma io che ti ho vicino, che accetto la tua diversità e le nostre uguaglianze, io che ho paura delle persone di cui hai paura anche tu, io che mi sento arrabbiata quanto lo sei tu… oggi mi hai insegnato a non avere pregiudizi, a non guardare più nessuno con così tanto sospetto infondato. Lo hai detto tu, è l’incontro il segreto.

Oggi su una panchina bianca, colore della purezza, l’ho capito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *