Axel Fiacco e la televisione che cambia

L'autore televisivo, scrivere l'intrattenimento

Axel Fiacco racconta la crisi d'identità della televisione italiana

La televisione e il mondo dello spettacolo stanno cambiando.

Lavorare in questo settore, apparentemente tanto affascinante, sta diventando sempre più difficile.

Abbiamo intervistato Axel Fiacco, autore di big formats, che ha appena pubblicato un nuovo libro “L’autore televisivo, scrivere l’intrattenimento” per raccontare la complessità e le molteplici sfaccettature di questa professione “invisibile”.

Fiacco, con vent’anni di esperienza alle spalle in campo televisivo, ha lavorato presso Mtv, Mediaset e Endemol. Attualmente non ha più vincoli di esclusiva e continua il suo lavoro come libero professionista sempre a livello autoriale.

libro

  • Lei sostiene che la televisione sta cambiando negli ultimi anni. In che senso?

Sta cambiando su tutti i livelli. Chi lavora in televisione, di qualunque ambito si parli, (palinsesto, autori, produttori, ambito legale…), dovrebbe cambiare totalmente il suo approccio. E’ cambiato tutto. In primo luogo c’è una prospettiva sempre più internazionale, globale che ha a che fare con format che arrivano dall’estero, e questo già da un po’ di anni. Si lavora in un contesto multipiattaforma; ci si contamina con altri mezzi di comunicazione, il contenuto televisivo “esce dallo schermo”, altri contenuti di altri schermi entrano nel contenuto televisivo e l’aspetto digital ha un impatto sempre maggiore. Poi ci si trova ad affrontare anche un cambiamento nei costi: i budget del passato sono solo un lontanissimo ricordo. Ormai le produzioni costano venti volte in meno rispetto a cinque anni fa. Venti volte! Non due o tre.

In più c’è una complessità di sistema sempre più grande. Ci sono tanti competitors che arrivano da tutte le parti, i tempi a disposizione sono sempre più ristretti, si lavora sempre più in affanno, in condizioni di stress o di difficoltà congiunturale.

E’ tutto molto più difficile, è tutto molto più complesso, ci sono molti meno soldi e meno tempo.

Io sono un’inguaribile ottimista. Alla fine penso che questo cambiamento sia anche positivo. Ci sono molti più player, ci sono molte più produzioni, ci si può confrontare con altre piattaforme, con altri linguaggi, con altre nazioni, non si è più chiusi nella propria stanza. E’ tutto molto più stimolante, frastagliato, dinamico.

Questo cambiamento diventa negativo nel momento in cui, purtroppo, il contesto televisivo italiano, come molti altri, è rimasto dannatamente indietro, quindi le maggiori strutture produttive e di broadcaster non sono attrezzate per questo cambiamento e questo significa lavorare male perché c’è gente che non si è aggiornata e non è preparata per questo nuovo contesto.

  • Stare dietro allo schermo televisivo o lavorare in quel mondo è da sempre il sogno di tanti giovani. Il mondo dello spettacolo è davvero inaccessibile come appare? C’è spazio per nuovi volti o collaboratori?

In Italia è abbastanza difficile, sono tutti mondi molto chiusi. In tutti campi in realtà per i giovani è difficile entrare, perché è vero che spesso si accede per conoscenze e questa non penso sia una peculiarità solo del campo televisivo. E’ difficile, anche se l’Università Cattolica, e lo dico molto sinceramente, sta facendo grossi progressi. Tuttavia il mondo degli studi e il mondo del lavoro sono ancora molto staccati e risulta quindi difficile favorire l’ingresso ai giovani. E ripeto, non parliamo solo del mondo dello spettacolo, parliamo del sistema Italia, secondo me. L’importante è non scoraggiarsi, tanto siamo qui e dobbiamo fare assolutamente qualcosa. La determinazione, lo spirito d’iniziativa e la perseveranza spesso vengono premiati.

  • Quali consigli può dare ai ragazzi che volessero intraprendere una carriera televisiva?

In primis io direi di fare questo percorso, come altri, solo se si è animati da una passione fortissima. E’ così faticoso il percorso che bisogna assolutamente essere fortissimamente motivati. Non fare questo mestiere solo perché piace, o per semplice visibilità o perché non si sa cos’altro fare, si rischia di essere persi già in partenza. In secondo luogo sicuramente ci viene in soccorso la multicanalità. Un tempo per lavorare in televisione si poteva e doveva solo entrare in uno studio televisivo. Oggi, con la contaminazione di cui parlavo, in realtà la televisione è legata ad internet, agli smartphones, a una serie di realtà diverse. Quindi potremmo dire che questo mondo è diventato un po’ più accessibile se non altro perché la vecchia leva televisiva non ha le competenze per presidiare questi nuovi strumenti. Direi che è possibile entrare nel mondo della televisione lavorando soprattutto sui nuovi media dove c’è grande richiesta. Per esempio è difficile entrare fin da subito da autori senza nessuna esperienza, è più facile entrare come autori web di un programma televisivo. Ci sono autori molto bravi che si occupano di tutti i contenuti social, dei siti e di internet per promuovere, spingere e finalizzare i contenuti televisivi (in Magnolia c’è un nucleo di nove persone che fanno questo a tempo pieno e sono tante per una produzione). Io consiglio di entrare da questo lato, ormai questa cross-medialità va a convergere e in questi nuovi settori i “dinosauri” come me sono meno preparati. Per gestire questi nuovi media c’è bisogno di giovani. In realtà servirebbero anche in altri campi ma non lo si ammette.

  • Lei collabora con l’università cattolica di Milano tenendo un corso riguardo ai FORMAT televisivi. Siccome spesso la dicitura format non è chiara e viene  spesso mal interpretata, potrebbe brevemente spiegare che cosa si intende con format televisivo?

La definizione di format in realtà è molto semplice. E’ un programma televisivo, andato in onda da qualche parte, il cui schema base ha un valore economico. E’, cioè, un programma che ha un concept, una struttura, dei meccanismi di fondo così sviluppati da poter essere venduti. Ci sono alcuni programmi come il varietà, il talk-show… che non si basano su meccanismi forti ma si basano sulla capacità di far ridere, sugli ospiti, sulle interviste… direi sul linguaggio televisivo comune e condiviso. Non si può vendere uno schema base di questi tipi di programmi. Programmi, invece, come i game-show, i talent, alcuni reality… che si basano su schemi e meccanismi originali ben strutturati, si possono vendere come format. Il format è un prodotto che si vende all’estero.

  • I format televisivi sono vere e proprie macchine genera soldi: fatturano milioni ogni anno. Come mai in Italia importiamo molti programmi dall’estero ma ne produciamo così pochi?

In realtà questo non è vero. Noi produciamo tantissimi programmi. Non produciamo format. La Rai produce come numero di produzioni originali, cioè prodotte in house, più della BBC. Il problema è che non sapendo cosa sono i format, perché è vero che in Italia non si sa cosa siano i format, si producono cose non vendibili all’estero. Si produce varietà, programmi incentrati su un volto, su un giornalista, su un uomo di spettacolo che non possono quindi essere esportati, venduti. Va benissimo fare programmi di questo genere, il problema è che noi facciamo solo quello. Non produciamo programmi con meccanismi sufficientemente sviluppati da poter essere venduti all’estero e, così facendo, rinunciamo a guadagni supplementari che potrebbero essere reinvestiti nella ricerca sviluppo.

  • Qual è il genere televisivo (sebbene una categorizzazione esatta sia molto complessa da realizzare) che in questo momento a livello di ascolti funziona di più?

Parlando del mercato globale e di format, i filoni che continuano ad essere molto sviluppati e battuti sono i game-show, all’estero in tutto il daytime c’è una continua richiesta di game-show, dalle due di pomeriggio fino alle sei, sette, a volte anche otto di sera, su varie reti c’è sempre un game-show. E’ un genere “da battaglia”, che copre anche solo trenta minuti di durata ed è sempre molto seguito. Poi ci sono i talent che continuano ad essere sulla cresta dell’onda. Ormai si è fatto di tutto. L’ultimo che ho visto è il talent dei pupazzi: ci sono degli artisti che invece di cantare o ballare creano i loro pupazzi. Infine va molto bene anche il cosiddetto factual entertainment; si tratta di programmi dove non c’è un vero e proprio studio ma si segue una situazione. Si seguono dottori, medici, persone che fanno cose diverse, avventure, un racconto della realtà in presa diretta senza troppi nodi strutturali.

  • Cosa guarda Axel Fiacco quando accende la tv?

Per lavoro devo guardare molti programmi esteri. Il tempo è quello che è e quindi devo seguire i mercati e le nuove proposte del panorama televisivo. Per rilassarmi guardo fiction, le classiche serie, perché quando sei talmente immerso in un lavoro, qualunque programma guardi (che si tratti di game-show o altro) finisci sempre per guardarlo con occhio critico e non riesci a rilassarti. Le fiction, non capendone assolutamente nulla, posso guardarle senza troppi pensieri.

  • È da poco uscito nelle librerie il suo ultimo libro “L’autore televisivo, scrivere l’intrattenimento” pubblicato da Unicopli. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

Mi ha spinto Massimo Scaglioni. Non è stata un’idea mia. Peccato perché una volta scritto mi son detto: “Bello! Avrei dovuto pensarci io!”. Il professor Scaglioni, che ha inaugurato questa collana che si chiama Mediascapes e che tratta i media in particolare, vuole dedicare un certo spazio con un certo numero di titoli a varie professioni televisive. Scaglioni, che ha una competenza bibliografica più approfondita della mia, si è reso conto che non ci sono libri riguardo a questa professione. In effetti ci ho messo molto a scriverlo questo libro. Facendo questo mestiere da vent’anni pensavo ci avrei messo poco e invece se ancora un libro come questo non esisteva, una ragione c’era. Ho fatto molta fatica anche solo a sistematizzare tutti i mestieri che un autore fa. La questione è molto ramificata e complessa.

  • Chi è questo autore televisivo? Sembrerebbe essere una figura misteriosa che nella maggior parte dei casi emerge poco e non viene valorizzata.

In effetti, è vero, l’autore televisivo è una figura un po’ invisibile. L’intrattenimento è un genere un po’ strano nel senso che se va bene non ne parla nessuno. Se però va male, sbagli a fare un programma e succede, specie nelle situazioni che dicevo prima per esempio per mancanza di soldi, di tempo…, sei additato alle forche caudine. L’intrattenimento è un genere che riempie degli spazi vuoti e l’autore deve rispettare questa dinamica e scrivere programmi che soddisfino un consumo immediato e disimpegnato. Il prodotto di intrattenimento migliore è quello che raggiunge la maggiore semplicità senza essere banale. Quindi è una professione un po’ particolare, bisogna mettersi al servizio del telespettatore, non far prevalere il proprio ego. L’intrattenimento è un genere umile. A me piace questa dimensione popolare, umile, di consumo. La figura dell’autore televisivo si forma con il tempo. Sono così tanti i compiti che deve svolgere, considerando che ogni programma televisivo ha una storia a se, che non c’è mai una situazione standardizzata dove si può ripetete esattamente quello che si è fatto nel passato. Chiaro che avere una certa esperienza aiuta ed è fondamentale ma le dinamiche cambiano continuamente. Questo non deve tuttavia spaventare, anzi è un qualcosa che rende questo lavoro molto stimolante, si continua ad imparare facendolo.

  • Abbiamo saputo che sta spostando i suoi orizzonti lavorativi verso l’estero. In ambito televisivo trova il terreno su cui poter lavorare più fertile?

Dal punto di vista dei format sicuramente. Andare al mercato dei format italiano è avvilente, non si è nel terzo mondo. Si è nel quarto mondo. In Italia sono costretto ad affermare che il settore audiovisivo è molto fermo, è stagnante, senza prospettive. Il paese che in questo momento ha un’ottima reputazione in campo di format è sicuramente Israele; produce format molto transmediali e innovativi che spesso (non sempre) sono una garanzia. I paesi nordici come Svezia, Olanda, Danimarca lavorano molto bene e, a seguire, troviamo l’Inghilterra e l’America.

 

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