Colpire chi viaggia

Attentato-Aware
Stazione centrale, Milano, gennaio 2016 © Cinzia Campogiani

In aeroporto, in metropolitana o in treno: colpire uomini e donne che viaggiano ha da sempre assunto un particolare e macabro fascino per coloro che in nome di un aspro e cupo ideale godono del dolore altrui.

Come Bruxelles 2016, così Bologna 1980. Ma anche Madrid 2005, Londra 2006 e molte altre città negli anni.

Nel capoluogo emiliano erano le 10,25 del 2 agosto quando un gruppo di estremisti neofascisti fece saltare in aria una valigetta esplosiva nella sala d’aspetto della stazione dei treni, allora più che oggi centro nevralgico dei trasporti pubblici italiani. Quel giorno, in pochi secondi, 85 persone sono morte. Erano gli anni che poi la storia avrebbe rinominato “di piombo”a causa della facilità con cui si assisteva ad azioni di gruppi di estrema sinistra e destra disposti ad attentati ad personam o a masse indistinte con l’obiettivo di diffondere il terrore tra i cittadini.
Nel 2005 a Madrid è andata in scena la stessa spettrale scaletta ma più articolata,  con 5 treni regionali fatti scoppiare in contemporanea, esattamente due anni e mezzo dopo l’attentato alle torri gemelle. Gli attentatori sono poi stati identificati come radicalisti islamici.
Solo un anno dopo, a Londra, uomini di Al Qaeda hanno colpito treni, metropolitane e autobus uccidendo 56 persone.

Nelle ultime ore decine e decine di persone sono morte mentre trascinavano con loro un trolley, un borsone o uno zaino.
Erano tutti usciti di casa o dall’albergo con l’intento di percorrere diversi km oggi, chi per visitare un luogo nuovo, chi per tornare a casa dopo lunghi giorni di sorrisi visti solo attraverso skype e chi per adempiere al proprio dovere professionale, ma oggi l’estremismo ideologico li ha fermati con bombe e kalashnikov.
Davanti a tali fatti, la conseguenza più immediata, naturale e dunque animale sarebbe quella di fermarsi.
Chiedersi se davvero è così importante andare a Parigi fra due settimane con quel biglietto low cost che hai comprato con i tuoi amici mesi fa per festeggiare la fine della sessione invernale, per poi ammettere che sì, Parigi è molto bella ma alla fine Milano è bella uguale;
Chiedersi se è poi così sensato utilizzare i risparmi di un anno per fare finalmente quell’interrail per il centro Europa che sogni da sempre e non per comprare quel nuovo cellulare che ha l’impronta digitale al posto del codice segreto, per poi decidersi che il cellulare è decisamente un acquisto migliore, dato che viaggiare è bello sì ma la tutela della privacy è sacrosanta e viene prima.
Chiedersi che senso ha continuare a leggere articoli di intellettuali che guadagnano dieci volte più di te e che a forza di lauree sono sempre più lontani dalla realtà vera,  ed ammettere che poi in fondo faresti meglio a togliere il tuo like dalla pagina di quel buonista komunista di Saverio Tommasi e donarlo al giusto Matteo Salvini, che forse è l’unico che capisce qualcosa e che ci salverà.

La soluzione più facile, immediata, naturale (e dunque animale, non umana) è quella di rinchiudersi a riccio nel proprio metro quadrato di vita e stare a vedere attravero uno schermo ciò che succede nell’altra stanza del mondo, imprecando contro quelli lì che in nome di “pace e ammmore” continuano a portarci facce straniere a casa.

La soluzione umana contro il terrorismo, io credo, passa per il banale assioma secondo il quale per combattere la violenza ci vuole coraggio. Ma per combattere il terrore ci vuole conoscenza e la conoscenza non può che non passare per l’esperienza.

Viaggiare, conoscere, domandare: queste le armi più taglienti che noi ventenni europei oggi abbiamo in mano e che dobbiamo riuscire a sfruttare, sotto la spada di Damocle di una Europa che a forza di frontiere chiuse ci vuole sempre più cinici ed insofferenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *