Arte Catartica

El_bar_del_Folies_Bergère-Aware

Come l’arte mi abbia resa più felice e tranquilla lo sto scoprendo ora, a poco a poco.

Ho sempre immaginato il lavoro dell’artista come qualcosa in grado di curare i moti dell’anima, di farti prendere coscienza di quello che sei e di come ti cambiano le realtà di cui fai parte e quello che ti accade intorno.

Noi siamo animali sociali, individui pensanti che non restano impassibili di fronte alla vita e al suo modo strano di manifestarsi. E come ci colpisce e riesce a scatenare qualcosa dentro di noi, allo stesso tempo abbiamo bisogno di esprimerlo a parole o con i gesti, l’importante è farlo uscire fuori.

Gli artisti sono bravi, riescono a raccontare di sé attraverso una tela o un blocco di marmo o creta, oppure su qualche parete abbandonata. Li ho sempre invidiati per questo.

A volte ci si sente soli anche se circondati da miriadi di volti di persone, che con molta probabilità si sentono esattamente come noi. Ognuno cerca una maniera per esorcizzare le proprie angosce, i propri drammi e per riempire quell’idea di vuoto che irreparabilmente si sente addosso. La difficoltà sta nel capire cosa lo riempie, forse è questo il senso di vivere. Io credo di averlo trovato anche nell’arte.

Che io sia un’amante fervente dell’arte si è ormai capito. La verità è che ritrovo me stessa, quando guardo un’opera sento di poter stare bene e di concentrarmi su quella parte di me così intima e profonda, come fosse 20mila leghe sotto i mari.

Non è tanto entrare in contatto con gli artisti, non solo perlomeno. Si tratta piuttosto di riscoprirmi, di prendere atto di quel mio essere primordiale nato con me e cresciuto attraverso il mio modo di trovarmi, e di conseguenza di inserirmi, nel mondo. Accade però che la routine lo silenzia e così questo mio essere viene sommerso da tutte le cose che ho da fare e che accadono, insomma i soliti divertissements di Pascal; fino a quando non riemerge con il pretesto di una tela colorata o di un’opera che mani pazienti hanno creato.

Come nel quadro di Manet, che ritrae una ragazza dietro il bancone di un bar affollato. Sembra di sentire in crescendo il chiacchiericcio di sottofondo e mi immagino lì, in quel bar a sorseggiare un bicchiere di vino in buona compagnia, dimenticandomi per un attimo della frenesia della quotidianità che mi vede correre da un’aula all’altra per seguire le lezioni dei miei prossimi esami.

Mi piace vedere tutto questo come una sorta di cura dalla malattia di questo mondo sempre di fretta, che non sa riconoscere i veri momenti per cui vale la pena guardare il cielo piuttosto che uno schermo di icone.

 

 

In copertina: “Le bar aux folies bergère”-Manet

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