“Anime nere” e sangue caldo.

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Il film di Francesco Munzi ha ricevuto elogi e premi poco dopo la sua uscita nel 2014. I riconoscimenti parlano da soli: David di Donatello, Nastri d’argento ed Efebo d’oro sono solo alcune dimostrazioni di eccellenza di “Anime nere”, titolo che appare spesso nell’ambiente nazionale del cinema italiano tra nomination e trofei. Il genere è drammatico, il soggetto è la scossa che riceve una famiglia che vive ad Africo, sperduto paesino dell’Aspromonte calabro, quando la vita quotidiana va a scontrarsi con la ‘ndrangheta.

Il campo si restringe su tre fratelli: Luigi traffica droga, Rocco ha fatto fortuna con il riciclaggio di denaro sporco in campo immobiliare e vive a Milano mentre Luciano si rifugia tra i monti, allevando animali, sposando uno stile di vita che abbraccia la terra, da cui riceve nutrimento, e il fuoco scaturito dall’attaccamento alle tradizioni, all’antichità e al rifiuto di una società italiana le cui fondamenta sono putrescenti e si corrodono in una mentalità omertosa che archivia il meccanismo delle vendette incrociate come qualcosa di necessario. Leo, il figlio di quest’ultimo, è un ragazzo scapestrato e senza futuro, chiedendo maggior rispetto distrugge la saracinesca del bar di un uomo dalle spalle coperte dalla ‘ndrangheta, dando luce a una serie di avvenimenti e contrasti che agiscono in silenzio, rivelati nella trama da una semplice frase pronunciata da suo zio Luigi: “Che casino che hai combinato”. Sembra ciò che direbbe un padre al bambino che spacca una finestra col pallone. Il parente è però l’unico che riesce a guardare il ragazzo con simpatia, una paternità bonacciona propria degli zii che Leo apprezza molto, una rassicurante tregua dalle frequenti parole di rimprovero del padre e di Rocco. Gli avvenimenti giungono presto a un punto di rottura; da quel momento in avanti l’azione diventa frenetica, le motivazioni passano in secondo piano mentre il detto “sangue chiama sangue” si innalza a dogma indiscusso.

La pellicola presenta toni cupi; non c’è sole nel paese di Africo ma solo nubi, pioggia e buio nel quale gli avvenimenti strisciano mentre il paesano abbassa le tapparelle chiudendosi nella placenta sicura della propria abitazione, nascosto dietro a un muro di omertà. La lingua del film è principalmente il dialetto calabro, anzi reggino, che come molti idiomi del sud possiede un caleidoscopio di sfumature che nessun doppiaggio in altra lingua potrà mai eguagliare. Chi ha mai avuto il coraggio di guardare “Gomorra-la serie” in una lingua diversa dall’originale conosce bene questi limiti.

Questo film però appartiene a un filone leggermente diverso dalla serie tv di Sollima. Non ci sono quei ritmi incalzanti, quell’accostamento tra immagini e colonna sonora a formare un tessuto continuo di richiami storici e culturali che caratterizza anche il più recente “Suburra” (recensito qui su Aware da Fabrizio Longo), quelle frasi che chiunque mantiene scolpite in testa dopo aver visto “Romanzo Criminale-la serie”. A differenza di questi titoli che sono assai più elaborati nella forma con caratteristiche che fanno rivivere i vecchi e i nuovi ordinamenti criminali nel periodo e nella cultura attuale al tempo della storia, “Anime nere” parla di un paese fuori dalla storia, fuori dal mondo e di come esso faccia parte di te che sei cresciuto lì, modifica la tua mentalità e ti fa dire e fare cose che magari non pensi nemmeno, sai solo che vanno dette e fatte. Con questa mentalità Rocco giura vendetta in seguito al lutto centrale della trama, ignorando le richieste della moglie, di diverso retaggio, così diversa e aliena a quel mondo di pastori, ai rosari sussurrati e all’abitudine di chiudere tutto l’universo con il male che contiene fuori da casa, semplicemente serrando le tapparelle.

È un racconto di genere drammatico che permette di affacciarsi a un mondo che sa come non farsi notare, più simile nella forma al film “Gomorra” piuttosto che alla rispettiva serie tv, di cui si consiglia la visione solo se si è curiosi di conoscere tale storia, dato che il fine della pellicola si estende oltre il puro intrattenimento.

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