Alla ricerca di Emilio Isgrò.

Ho incontrato Emilio Isgrò più volte. Sempre se fosse lui, si capisce.

Il nostro primo incontro risale ad ottobre dello scorso anno. Era un pomeriggio milanese qualunque in cui mi sono avventurata nella Fondazione Marconi, nascosta in una parallela di Corso Buenos Aires.

Come previsto, Emilio Isgrò non c’era. O meglio, vi era la sua traccia, ma di lui (lui, lui) neanche l’ombra.

Il Codice Ottomano delle Tempeste, lì esposto, aveva ad un primo sguardo delle mancanze. Cancellare presuppone eliminare, è un desiderio di ridurre il superfluo. Sì, da un lato, ma dall’altro porta alla luce parole sopravvissute alle tempeste di ogni pagina. Una cancellatura diviene improvvisamente ciò che non è. Il confine fra l’essere e il non essere è labile e questa tecnica artistica grida a gran voce questa frontiera (in)esistente.

Il nostro secondo incontro risale a maggio di quest’anno. Era un pomeriggio milanese qualunque in cui mi sono avventurata in Bocconi, università nota per la sua vocazione artistica. Oppure no? In quel particolare giorno vi era l’inaugurazione della Bocconi Art Gallery: esposizioni di arte contemporanea sparse per il campus, visite guidate, ospiti di riguardo, fra i quali proprio Emilio Isgrò. Questa volta era lui, (lui, lui), non avevo alcun dubbio. Molte domande gli vengono poste, fra cui parlare dell’opera esposta in università: “Cancellazione del debito pubblico”. Un debito che riguarda tanto l’economia quanto la nostra società. Al termine della conferenza, mi faccio coraggio e vado da lui con il catalogo della mostra e chiedo un autografo. Leggo soddisfatta: Emilio Isgrò (!).

Il nostro terzo incontro risale a settembre di quest’anno. Come sono andate le vacanze E.I.? Era un primo pomeriggio non proprio qualunque, in cui mi sono avventurata a Palazzo Reale, luogo noto per i suoi allestimenti ad ingresso gratuito. Oppure no? Non avrà mica cancellato qualcosa nella sezione “Orari e Tariffe”? No, è tutto vero: in questo periodo (29 giugno-25 settembre), la mostra di E.I. è ad ingresso libero.

Come previsto, Emilio Isgrò non c’era. O meglio, vi era la sua traccia, ma di lui (lui, lui) neanche l’ombra.
Dalla sua presunta scomparsa inizia questo itinerario, costruito in modo tematico e armonico. Siamo nei primi anni Settanta quando, attraverso un sillogismo aristotelico, Emilio Isgrò mette in discussione se stesso: “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò”. Amici e familiari si erano molto lamentati della sua improvvisa scomparsa. Tanto che Emilio Isgrò è costretto ad ammetterla. Iris Isgrò confessa che “Effettivamente in famiglia si diceva che doveva avere una cicatrice sulla coscia sinistra”; altri sottolineano la sua assenza in luoghi da lui (prima) frequentati e poi non più.

Percorsi di perdita e ritrovamento di identità. Di cancellazione e affermazione. Di delegittimazione e legittimazione. Quante volte anche noi (non) diciamo di (non) essere noi stessi? Anche se non sempre i nostri familiari e amici sembrano troppo preoccupati dalla nostra presunta (s)comparsa.

Il nostro quarto incontro risalirà a prima del 25 settembre, alle Gallerie d’Italia e a Casa del Manzoni, perché la mostra poi farà le valige, e devo pur salutarlo E.I.

Come previsto, Emilio Isgrò non ci sarà. O meglio, vi sarà la sua traccia, ma di lui (lui, lui) neanche l’ombra. Questa volta non sarà l’unico grande assente. Non credo che anche il Manzoni sarà lì a farci accomodare. Noi, sono sicura, senza troppi scrupoli, ci accomoderemo lo stesso, curiosi di vedere cosa ha cancellato questa volta Emilio Isgrò.

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