206 ossa, ma lo stesso cuore, mai.

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Credit: Jerome Delay

Sono ancora qui, a chiedermi perché.

Non ho bisogno di spiegarvi cosa è successo a Parigi tre giorni fa, non ho bisogno di informarvi. Lo siete già.

Ieri sera, durante una manifestazione pacifica a a Place de la Republique, si sono sentiti dei forti boati. Un video mostra una folla di persone, davanti ad uno dei tanti luoghi dove sono state poste candele, foto, ricordi in nome di chi non c’è più. Un rumore le ha fatte scattare, le ha fatte desiderare di andare via immediatamente e cercare un posto sicuro. Più lontano possibile.

Un rumore che non era uno sparo. Un rumore che nella loro testa però somigliava molto a quelli che hanno sentito risuonare due giorni fa. Voglio riflettere su questo, su questo pensiero che non riesce ad abbandonarli.

E’ bastato qualche petardo a farli correre, a fargli pensare al fatto che dovevano mettersi in salvo, ad accendere il loro istinto di sopravvivenza. E tutto questo ha un nome:

PAURA.

Non dico che le immagini fossero scioccanti, non più di quelle che ci hanno bombardato in questi giorni. Ma il problema è che sono immagini significative. Immagini che spiegano le vere conseguenze dell’orrore, dei ricordi ancora troppo freschi.

Hanno il terrore di vivere. Vivere nella loro città, nelle loro case, nei posti in cui si divertono… e questo non li abbandona nemmeno quando hanno una candela accesa in mano e stanno pregando. Pregando insieme, non da soli.

Si sentono abbandonati anche in mezzo a centinaia di persone, loro con la paura che tutto stia per ripetersi, ancora.

Ci stanno facendo questo. Ci stanno cambiando.

Io sono qui a chiedermi perché e un perché non lo trovo. Ho parlato con un mio amico vero, mi ha detto che non dovrei più farmi domande del genere.

‘’Un perché non esite Gaia, non c’è per tutto questo’’.

Non ci sto. Dovremmo continuare a far risuonare dentro la nostra testa questa domanda. Perché siamo così diversi a distanza di tre giorni? Perché ora pensiamo che sia facile morire in questo modo come lo è fare un incidente per strada? Perché abbiamo paura ad uscire e divertirci? Ma sopratutto, perché abbiamo paura di chi è fatto esattamente come noi?
Hanno anche loro 206 ossa, due polmoni, un cervello, dieci dita e due occhi. Solo che loro non sembrano riuscire a vedere, non sembrano riuscire a ragionare, riuscire a compiere le azioni giuste, non sono in grado di usare le loro mani se non per uccidere o minacciare… perché loro sono esseri umani dal respiro regolare, anche quando stanno guardando qualcuno prima di togliergli la vita.

Noi questo, mai.

I nostri corpi sono uguali a vederli sotto i raggi X. E allora cos’hanno loro più di me? Di te? Di chi piange perché ha cercato sua figlia per giorni e ora la scopre morta? Niente, non hanno niente. Hanno un coltello, un po’ di esplosivo addosso, un kalashnikov in mano. Ma con questo loro non ci sono nati.

Voglio che ci ricordiamo bene una cosa: nei loro confronti noi non abbiamo alcuna colpa. Non abbiamo mancato di rispetto alla loro religione, non pretendiamo che la pensino come noi, non vogliamo imporre il nostro Dio, non abbiamo mai voluto cambiarli. Ricordatevi che noi non abbiamo leso nulla della loro identità.

Non gli abbiamo fatto niente ragazzi. N-I-E-N-T-E.

Sembra di stare all’asilo, quando un tuo compagno ti tira una sberla sul braccio perché non vuoi giocare con lui, e tu ti metti a piangere. Qualcuno chiama la maestra e tu cominci a dire che: ”Non gli ho fatto niente io! E’ stato lui! LUI ha cominciato”.

Qui hanno cominciato loro, e io il dito contro glielo punto come loro mi puntano il coltello mentre mi dicono che è solo l’inizio dell’incubo. Ma cosa me ne faccio io del tuo coltello? Cosa te ne fai tu del mio sangue quando la mia unica colpa è quella di legarmi i capelli in modo diverso, mettermi un rossetto la sera, avere gli occhi azzurri e vivere qui, a Milano, in Lombardia, in Italia, in Europa, nel mondo?

Noi esistiamo, e questo basta. 

Ci vogliono come loro, ci vogliono impauriti e impotenti. Ma noi non possiamo rispondere con le sole lacrime, con il verbo scappare…sulla luna non ci possiamo ancora andare. E’ qui il nostro posto e dobbiamo piantarci i piedi, senza scollarci e senza aver paura di vivere. Siamo nella città in cui abbiamo sempre vissuto, in quella in cui abbiamo deciso di trasferirci, su questa terra e con queste persone con le quali condividiamo tutto e niente.

206 ossa… ma forse, lo stesso cuore, mai.

 

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